Non lasciarmi, K. Ishiguro

Kathy ha trentuno anni. Lavora come assistente ai donatori. Presto diventerà donatrice anche lei. Lo sa da sempre. Non si ribella. Ed è proprio questo silenzio a spezzarti

Einaudi, 2006, trad. Paola Novarese
[Never Let Me Go, Alfred A. Knopf, 2005]

Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954. Si è trasferito in Inghilterra a cinque anni e non è più tornato. Si è formato alla University of East Anglia, dove ha studiato scrittura creativa. Il suo terzo romanzo, Quel che resta del giorno (1989), gli ha valso il Booker Prize. Non lasciarmi è del 2005: il Time lo ha eletto miglior romanzo dell’anno e lo ha incluso nella lista dei cento migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 in poi. Nel 2017 Ishiguro ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Dal romanzo è stato tratto nel 2010 un film diretto da Mark Romanek, con Carey Mulligan, Keira Knightley e Andrew Garfield.

Ci ho messo anni a decidere di leggere Non lasciarmi. E quando l’ho fatto, poche settimane fa, ci ho messo un po’ per entrare. L’io narrante – Kathy H., trentun’anni, assistente dei donatori da undici anni – narra al presente il suo passato in un modo freddo, distaccato. Hailsham, luogo del quale Ishiguro ci rivela poco, all’inizio, pur facendoci capire che è il quarto protagonista, con Kath, Tommy e Ruth, confonde.

Assistenti, donatori, studenti: Non lasciarmi inizia come una distopia che lascia interrogativi importanti: dove siamo? in che mondo, in che periodo storico, con quale tipo di regime o di governo?
Domande alle quali Ishiguro risponde piano, una dopo l’altra, rivelando la realtà pagina dopo pagina. Con calma, con pudore, con una lentezza ed una precisione che non è propria della nostra cultura, Kathy racconta la sua vita che si intreccia con quella di Tommy e Ruth fin da quando è bambina. Lo fa con quieta di chi ha già metabolizzato tutto e cerca di mettere in ordine i ricordi prima che svaniscano. E lo fa, soprattutto, rivelando le cose poco a poco.

Non voglio anticipare nulla, anche se non è facile mantenere lo stesso riserbo dell’autore. Parlare di Non lasciarmi senza rivelare il senso del romanzo è arduo. Ma leggerlo con il ritmo lento in cui si rivela è uno dei suoi valori aggiunti.
Dunque va letto ed assaporato senza anticipazioni. Al di là delle motivazioni della donazione (che sono terribili, crudeli come la tranquillità con cui Kathy racconta), che riempiono di interrogativi e rendono plausibile che sì, sia successo e/o stia succedendo, da qualche parte, in forma molto meno aulica.

Una cosa posso scriverla: non è un romanzo di fantascienza. È un viaggio intimo, emotivo, con cui Ishiguro esplora il significato del tempo, della memoria e dell’amore. Un viaggio che aiuta a dirsi quanto sarebbe facile non avere paura di chiedere, di confrontarsi, di dirsi le cose senza paura delle reazioni. E che porta ad interrogarci sulle ragioni in cui Kathy, Tommy e Ruth (e anche noi, troppo spesso) non si ribellano al sistema che li ha creati. Vivono, si amano, litigano, si perdonano. Intanto il tempo passa.

Perché la società ha permesso ciò che viene raccontato? Ma soprattutto: perché loro non hanno detto no?
Queste due domande sono le architravi della forza del romanzo: Ishiguro ci spiega, ancora una volta, che il sistema in cui nasciamo ci sembra normale. Che la rassegnazione fa parte di noi: lo chiamiamo destino, ma si chiama adattamento. Sperare che arrivi qualcosa di straordinario è più facile che immaginare una via d’uscita. E godere ogni attimo, vivendo dei ricordi di quell’attimo, è forse l’unico rifugio possibile.

Verso la fine Ishiguro arriva al redde rationem. Decide di affidare a un lungo dialogo esplicativo il compito di chiarire le origini di Hailsham e il senso del progetto. E forse è superflua, quella lunga spiegazione: il lettore, come i protagonisti, si sarebbero potuti adattare perfettamente alla scelta di accettare la situazione, la storia. Forse sarebbe bastato qualche accenno.

Detto ciò, Non lasciarmi è uno di quei libri che comprerò e regalerò. Perché Kathy e quel mondo possibile ti rimangono addosso. Come la domanda delle domande: cosa è umano? cosa è l’anima? Ma soprattutto: chi ha il diritto di deciderlo?

Paola Bottero
Paola Bottero
JOURNALIST, STORYTELLER, VISION MAKER

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