I tramezzini di Rocco Schiavone, A. Manzini

Nove racconti, un tramezzino per ciascuno, e una dedica implicita ad Andrea Camilleri. Manzini smette di fare indagare Schiavone e lo lascia ricordare. Funziona quasi sempre

Sellerio, 2026

Antonio Manzini è nato a Roma nel 1964. Si è diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, dove ha studiato con Andrea Camilleri. Lavora come attore, sceneggiatore e regista. Ha esordito nella narrativa nel 2005 con Sangue marcio (Fazi). Nel 2013 arriva Pista nera (Sellerio), primo romanzo con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone. Da allora la serie non si è più fermata: romanzi, raccolte di racconti, antologie. Dal 2016 è anche sceneggiatore della serie Rai con Marco Giallini nel ruolo di Schiavone.

Il titolo è già tutto. Chi ha gli arancini ha gli arancini. Chi ha i tramezzini ha i tramezzini. Il rimando a Camilleri è dichiarato, affettuoso, quasi commovente. Manzini dedica questo libro al maestro. E lo fa nel modo più coerente possibile: costruendo un libro di racconti in cui il cibo è la chiave per entrare nel passato del personaggio.

Ogni storia si apre con una specie di ricetta. Non vera, non tecnica. Un pretesto. Il tramezzino di volta in volta nominato funziona da madeleine, e da lì parte il racconto: un episodio dell’infanzia a Trastevere, l’incontro con Marina, una piccola indagine, un momento di noia o di desiderio. Nove storie, nove tranche di vita.

La struttura è furba, funziona. Non sarà un caso se a giugno è stato il libro più acquistato nelle librerie italiane.
Schiavone nei romanzi esiste quasi solo al presente: lo vediamo indagare, incazzarsi, fumare, soffrire. Qui invece Manzini apre i cassetti. E quello che trova dentro è spesso più interessante di quanto ci si aspetti. Il racconto sull’incontro con Marina è il migliore del libro. Ha la precisione emotiva delle cose scritte senza rete. Si capisce perché quel personaggio continui a ossessionare Schiavone da anni. Si capisce perché non riesca ad andare avanti.

Bello anche quello sulla Resistenza e il nonno Pietro, che mescola nostalgia e ironia senza cedere allo scontato. E il colpo del giovane Brizio, fallito alla maniera dei Soliti ignoti, è scritto con la leggerezza comica che Manzini sa tirare fuori quando vuole.

Non tutti i racconti reggono allo stesso modo. Qualcuno sembra più abbozzato, due o tre sembrano riempitivi, storie che avrebbero bisogno di più spazio per respirare davvero. È il limite strutturale delle raccolte: convivono pezzi di qualità diversa e il lettore lo sente.

Va detto anche che chi cerca Schiavone investigatore resterà in parte deluso. Le indagini ci sono, ma sono secondarie: il libro è un ritratto, non un giallo. È retrospettivo, malinconico, più intimo del solito. Se si arriva da Pista nera e si è seguita la serie per tutti questi anni, questo intimismo si apprezza. Se si entra in Manzini per la prima volta da I tramezzini di Rocco Schiavone, si rischia di non capire perché Rocco Schiavone meriti tutto questo spazio.

Tredici anni di serie sono tanti. Manzini lo sa. E questo libro sembra scritto anche per fermarsi un momento. Guardarsi indietro. Capire come si è arrivati fin qui. In quel senso funziona benissimo. Non è il libro più riuscito della serie, ma è forse il più necessario per chi la ama.

Andrea Belmonte
Andrea Belmonte
GIORNALISTA, SOCIAL MEDIA MANAGER

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