Ieri mattina, nella basilica di Benevento gremita per la festa della Madonna delle Grazie, il sindaco ha interrotto il rito per rivelare la sua malattia: “spero di farcela”
Clemente Mastella ha scelto una basilica per annunciare la sua malattia. L’ha fatto ieri, ma la notizia sta rimbalzando sui media nazionali in queste ore, più dirompente di una conferenza stampa, di un post sui social, di un’intervista a un giornale “amico”. Ha scelto una basilica, nel giorno della patrona del Sannio, davanti ai fedeli della sua città. È un gesto che lo racconta nel migliore dei modi: la dimensione pubblica e quella privata, il sacro e il politico, il potere locale e la fragilità umana mescolati insieme con la naturalezza di chi non ha mai visto in questi confini qualcosa da rispettare.
Mastella ha settantanove anni, è sindaco di Benevento e ha attraversato mezzo secolo di storia politica italiana da protagonista, da comprimario e da sopravvissuto. Non ha detto di cosa sia malato: anche questa è una forma di comunicazione.
La Prima Repubblica: il figlio prediletto della DC sannita
Nato il 5 febbraio 1947 a San Giovanni di Ceppaloni, in provincia di Benevento, Mastella si laurea in Lettere e Filosofia e inizia come giornalista nella sede Rai di Napoli. Nel 1976 entra in Parlamento con la Democrazia Cristiana. Ha ventinove anni, e da quel momento sarà deputato per otto legislature consecutive. È il prodotto più puro di quella cultura politica meridionale in cui il partito era insieme struttura di potere, rete assistenziale e identità comunitaria: la DC campana di quegli anni era un ecosistema. Mastella ne imparava il funzionamento con la stessa precisione con cui altri imparavano un mestiere artigianale.
Nel 1994 arriva il crollo di Tangentopoli e con esso la fine della Prima Repubblica. La Dc si scioglie. Mastella, a differenza di molti colleghi che rimangono paralizzati dal cambiamento, si muove subito. Fonda il Centro Cristiano Democratico con Pier Ferdinando Casini e Rocco Buttiglione, entra nel primo governo Berlusconi come ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. È il 1994, e Mastella è già passato dall’altra parte. Il naufrago ha già trovato la prima isola.
La Seconda Repubblica: ministro con Berlusconi, poi con Prodi
La parabola della Seconda Repubblica è quella che meglio racconta la specificità politica di Mastella: l’uomo che governa con il centrodestra e poi con il centrosinistra, che fonda partiti centristi con nomi sempre diversi, che sopravvive a ogni ribaltone perché il suo vero bacino elettorale non è ideologico ma territoriale. Il Sannio e la Campania, per Mastella, sono un serbatoio di consenso che funziona indipendentemente da chi stia al governo a Roma.
Nel 1999 fonda l’Unione Democratica per la Repubblica, poi confluita nell’Udeur, e comincia a costruire un piccolo partito centrista che ottiene percentuali modeste su scala nazionale. Ma che in determinati contesti locali, soprattutto nelle trattative di governo, pesa infinitamente di più del suo peso elettorale. È la politica dei numeri che contano, non dei numeri grandi: Mastella capisce prima di molti altri che in un sistema frammentato chi detiene anche solo pochi seggi decisivi detta le condizioni.
L’apice, e insieme la fine, arriva con il secondo governo Prodi, tra il 2006 e il 2008. Mastella diventa Ministro della Giustizia. La coalizione dell’Unione ha una maggioranza risicata al Senato, e l’Udeur è uno dei tasselli che la tengono in piedi. Nel gennaio 2008 la procura di Santa Maria Capua Vetere indaga lui per concorso esterno in associazione a delinquere e la moglie Sandra Lonardo per abuso d’ufficio.
Mastella si dimette dal ministero. Quattro giorni dopo, il governo Prodi cade per un solo voto al Senato. Il nesso tra le dimissioni e la caduta del governo è ancora oggi, a quasi vent’anni di distanza, oggetto di letture diverse: chi vede in quell’epilogo l’azione di un sistema giudiziario che entra nella politica, chi invece la fine naturale di una maggioranza che non aveva i numeri per reggere.
Le accuse a Mastella vengono archiviate nel 2010.
Benevento, il ritorno alle origini e il capo di gabinetto arrestato
Dopo il Parlamento europeo nelle liste del Popolo della Libertà tra il 2009 e il 2014, Mastella torna dove tutto era cominciato: il Sud, la provincia, la città concreta. Diventa sindaco di Benevento nel 2016, battendo il candidato del centrosinistra. Viene riconfermato nel 2021 con una coalizione di liste civiche trasversali che è la summa pratica di tutto ciò che ha imparato in cinquant’anni di politica nazionale. A Benevento Mastella è il centro gravitazionale di tutto.
La sindacatura non è stata priva di ombre. Il marzo 2026 ha portato un episodio che ha tenuto banco per settimane: il suo capo di gabinetto è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di corruzione, trovato in casa con orologi di valore e mazzette di denaro contante. Mastella ha preso le distanze con la velocità di chi ha imparato a gestire queste situazioni nel corso di decenni. La vicenda non lo ha travolto, ma ha aggiunto un capitolo scomodo a una sindacatura che avrebbe voluto ricordare per i risultati amministrativi.
Nel mezzo anche una querelle con Carlo Calenda, che aveva parlato di cultura mafiosa riferendosi al sistema di potere beneventano. Mastella aveva risposto definendo Calenda un “pariolino viziato” e annunciando querela. Il Senato ha dato il via libera al processo per diffamazione.
La voce rotta in chiesa: cosa ci racconta
L’annuncio di ieri mattina non ha precedenti nella comunicazione pubblica di Mastella. Per cinquant’anni ha gestito le informazioni con la precisione di un orologiaio: sapeva cosa dire, a chi dirlo, in quale momento e con quale tono. Ieri ha lasciato andare la voce davanti ai fedeli di Benevento senza annunciare una malattia specifica. Ha detto “anche io sono malato”, come se ci fosse qualcun altro malato intorno a lui di cui stava parlando un secondo prima, e come se fosse naturale che la sua condizione personale entrasse nella liturgia della Madonna delle Grazie.
Quella piccola parola, “anche”, è forse la più rivelatrice. Mastella stava parlando di qualcun altro, di qualche altra sofferenza, e poi si è incluso. Come se la malattia fosse una condizione collettiva del suo mondo in questo momento, e lui si scoprisse finalmente parte di essa invece che spettatore. O come per dire che in questo mondo malato anche lui non si sente bene.
Non si sa di cosa sia malato. Non è detto che lo sapremo. Un politico della sua esperienza sa benissimo che l’annuncio vago genera più attenzione e più affetto dell’annuncio preciso, e che la chiesa era il palcoscenico giusto per un gesto che mescola fragilità e fede con la naturalezza di chi non ha mai tenuto separate le due cose. Ma sarebbe ingeneroso ridurre quel momento a una mossa. Mastella ha settantanove anni, e a settantanove anni le voci che si rompono in pubblico sono molto spesso sincere.
Il naufrago che ha sempre trovato l’isola si trova adesso di fronte a un mare diverso da tutti quelli che ha attraversato. Questa volta non ci sono trattative, coalizioni da costruire o avversari da sorprendere. C’è solo una basilica, una città che lo ascolta e una frase che non ammette interpretazioni: spero di farcela.



