L’impronta del lupo, J. Nesbø

Minneapolis, 2016. Un cecchino spara a un mercante d’armi. Il sospettato principale è il vicino di casa. Ma il vicino di casa potrebbe essere Lobo, killer leggendario degli anni Novanta. Nesbø lascia Oslo e prova a fare il noir americano

Einaudi, Stile libero, 2026
[Minnesota, 2024, trad. Eva Kampmann]

Jo Nesbø è nato a Oslo nel 1960. Ha giocato a calcio nella massima serie norvegese, poi ha fatto il broker di borsa e il giornalista freelance. Ancora oggi suona con la band Di Derre. Ha esordito nella narrativa con Il pettirosso, eletto miglior crime novel norvegese dell’anno. Da lì ha costruito la lunga saga dell’ispettore Harry Hole, dodici romanzi pubblicati in Italia da Piemme prima e da Einaudi poi, oltre sessanta milioni di copie vendute nel mondo. Ha scritto anche numerosi standalone: Il cacciatore di teste, Sangue e neve, La casa delle tenebre. L’impronta del lupo è il suo primo romanzo ambientato interamente negli Stati Uniti.

Harry Hole non c’è. È la prima cosa che si nota. E manca a chi legge da anni (e ama) Nesbø.

Al suo posto c’è Bob Oz. Detective della omicidi di Minneapolis, capelli rossi, occhi azzurri, bisnonni norvegesi emigrati nel Minnesota un secolo fa. Bevitore, donnaiolo, basso e non particolarmente brillante. Testardo come un mulo. La descrizione suona familiare. Nesbø ha costruito un nuovo personaggio con la stessa sagoma del vecchio. Non è necessariamente un difetto, ma è difficile non accorgersene.

La scelta di Minneapolis non è casuale. Il Minnesota ha la più alta concentrazione di cittadini di origine norvegese degli Stati Uniti. È una Norvegia in trasferta, geograficamente e culturalmente. Il paesaggio invernale, la comunità raccolta, il senso luterano del peccato e della colpa: Nesbø porta il suo noir lì dove può ancora sentirsi a casa, pur cambiando paese. È una mossa furba. Forse un po’ troppo furba.

La trama funziona. Un mercante d’armi viene colpito da un cecchino. Il sospettato principale è Tomas Gomez, vicino di casa tranquillo e perbene. Ma Gomez potrebbe essere Lobo, assassino prezzolato degli anni Novanta che si credeva sparito. Oz indaga. Il passato e il presente si intrecciano. La struttura a due tempi regge bene, e la tensione sale davvero nell’ultimo terzo.

Quello che mi ha convinto di meno è il contesto politico. La convention della Nra, il sindaco democratico nel mirino, le tensioni razziali di Minneapolis, sono elementi reali, presenti, necessari per fare un romanzo americano onesto nel 2016. Ma Nesbø li maneggia come sfondo più che come sostanza. Li nomina, li usa come cornice, non li abita. Per chi ha letto i romanzi di autori americani che conoscono davvero dall’interno Minneapolis o il Midwest, la distanza si sente.

C’è poi il dispositivo dello scrittore norvegese Holger Rudi che arriva a Minneapolis sei anni dopo per documentarsi. È un espediente che introduce una riflessione sulla memoria e sulla narrazione. Sulla carta interessante. In pratica resta laterale, non pesa quanto potrebbe.

Detto questo: il libro si legge. Si legge bene e in fretta. I colpi di scena arrivano. Bob Oz, nonostante la somiglianza con Hole, ha una sua autonomia. La tassidermista Lunde è un personaggio riuscito. La barista Liza pure.

Eppure è un Nesbø minore rispetto ai suoi picchi. Non è Il leopardo, non è Nemesi. Ma è solido, professionale, costruito da uno che sa fare il suo mestiere anche quando non è in serata. Se si arriva con aspettative calibrate, non delude. Se si cerca il Nesbø migliore, meglio andare a ripescare qualcosa di più vecchio.

Valeria Bocci
Valeria Bocci
ricercatrice giuridica, giornalista

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