Trump balla da solo. E il mondo lo sta a guardare

Meme contro Meloni alla vigilia del NATO, telefonata a Infantino per cancellare una squalifica ai Mondiali, 2,2 miliardi di dollari guadagnati nel primo anno di mandato. Donald Trump ha trasformato la presidenza degli Stati Uniti in qualcosa che non ha precedenti

Ieri sera, alle 23 in Italia, mentre Roma dormiva e Ankara si preparava al vertice Nato, Donald Trump pubblicava su Truth un fotomontaggio che ritrae Giorgia Meloni in atteggiamento di deferenza nei suoi confronti, accompagnato dalla scritta “serve un ordine restrittivo”, il provvedimento cautelare che i tribunali americani usano contro gli stalker. Non è un incidente diplomatico. È il modo in cui il presidente degli Stati Uniti gestisce le relazioni con gli alleati quando ritiene di avere qualcosa da comunicare. Il canale scelto è sempre lo stesso: un social media che controlla direttamente, un’immagine costruita per umiliare, un’ora notturna che garantisce la massima diffusione prima che la diplomazia possa rispondere. Truth, la sua verità.

Ogni volta ci sembra di essere arrivati al limite invalicabile, ogni giorno scopriamo che ci si può spingere olrte. La settimana appena trascorsa è stata un crescendo, in piena commemorazione dei 250 anni di indipendenza Usa.

Il meme contro Meloni: come si tratta un alleato

La rottura tra Trump e Meloni è (ri)partita il 19 giugno 2026, quando il presidente americano ha dichiarato in un’intervista (a La7) che la premier italiana lo avrebbe implorato di scattare una foto insieme durante il G7 e di aver accettato soltanto per pena. Meloni ha risposto definendo le affermazioni totalmente inventate e rispondendo con un video social “né io né l’Italia supplichiamo”. Il ministro degli Esteri Tajani ha annullato la visita negli Stati Uniti. Le fonti diplomatiche italiane, citate da La Stampa, hanno liquidato le uscite di Trump come “follie dell’imperatore”.

Ieri sera il meme. La risposta di Palazzo Chigi è stata “non reagiremo a questa provocazione”. Nella notte Meloni e Tajani hanno concordato la strategia dell’ignorare. Alcuni ministri, sentiti dal Corriere a microfoni spenti, non hanno nascosto giudizi pesanti sulla tenuta del presidente americano.

Vale la pena sottolineare non la lite in sé, ma il contesto in cui avviene. Le divergenze sono emerse su dossier riguardanti la gestione della crisi in Medio Oriente, le critiche di Trump a Papa Leone XIV e la crescente distanza dell’Italia rispetto ad alcune richieste dell’amministrazione statunitense in ambito Nato. In particolare, Trump ha attaccato l’Italia per non aver consentito l’uso delle basi americane durante la guerra con l’Iran. Meloni ha risposto che l’Italia è una nazione sovrana e che gli accordi saranno rispettati finché lei sarà premier. È un conflitto reale, su questioni strategiche reali.

La telefonata a Infantino: quando il presidente chiama l’arbitro

Mercoledì scorso, dopo la partita vinta dagli Stati Uniti contro la Bosnia per 2-0 ai Mondiali 2026, Trump ha preso il telefono e ha chiamato Gianni Infantino. L’oggetto della chiamata: la squalifica di Folarin Balogun, attaccante americano espulso per un pestone al difensore bosniaco Tarik Muharemović. La ricostruzione del New York Times, CNN e Washington Post è sostanzialmente identica: Trump ha chiamato Infantino sollecitando la revisione della squalifica. Risultato: con una decisione senza precedenti, mai adottata durante i Mondiali, la Fifa ha sospeso la squalifica di Balogun.

La federcalcio internazionale ha assegnato al presidente americano un premio per la pace creato ad hoc e affiderà al numero 1 della Casa Bianca il compito di consegnare la Coppa del Mondo ai vincitori della finale del 19 luglio. Infantino, insomma, non era esattamente in posizione di dire no.

La vicenda ha prodotto reazioni immediate in tutto il mondo calcistico. Il Belgio, avversario degli Usa agli ottavi, ha protestato. Gli esperti di diritto sportivo hanno parlato di precedente devastante per l’autonomia delle istituzioni sportive. Trump ha commentato su Truth: grazie alla Fifa per aver fatto la cosa giusta e aver cancellato una grande ingiustizia. Nessuno ha spiegato in base a quale norma il presidente degli Stati Uniti abbia il diritto di chiamare il presidente della FIFA per rovesciare una decisione arbitrale. Probabilmente perché quella norma non esiste.

I conti: 2,2 miliardi in un anno, la dichiarazione di 927 pagine

E arriviamo al documento di 927 pagine che racconta con precisione contabile quello che si sospettava da tempo. La dichiarazione patrimoniale presentata all’Ufficio per l’etica governativa degli Stati Uniti mostra che Donald Trump, nel primo anno del suo secondo mandato, ha guadagnato oltre un miliardo di dollari da investimenti nelle criptovalute, con un aumento dei redditi personali senza precedenti per un presidente americano. Per capire la portata del dato basta un confronto: la dichiarazione di Obama era di 8 pagine, quella di Biden di 11. Nessun presidente americano ha mai condotto affari di questa portata mentre era in carica. The Donald continua a ballare, da solo.

L’operazione che più di ogni altra ha fatto arricchire il presidente è la memecoin $TRUMP, una valuta virtuale che ha iniziato a vendere pochi giorni prima del suo insediamento, che gli ha generato oltre mezzo miliardo di dollari di ricavi. Ma le criptovalute non sono l’unico fronte. La Trump Organization ha sfruttato la popolarità del presidente in alcune parti del mondo per concedere in licenza il nome Trump ad alcune proprietà ed edifici. Soltanto due accordi siglati con Arabia Saudita e Qatar hanno fruttato oltre 14 milioni di dollari.

“mi dispiace per i miei figli”

Eric e Donald Jr. detengono quote significative in Unusual Machines e hanno investito 1,5 miliardi di dollari nell’israeliana Xtend, che fornisce sistemi operativi basati su AI per droni militari già impiegati nei conflitti attuali. Il valore di queste aziende è decuplicato dall’inizio del conflitto con l’Iran. Trump ha risposto alle critiche con una frase che è già entrata nella storia delle dichiarazioni presidenziali: mi dispiace per i miei figli. Quasi qualsiasi cosa facciano, se vogliono comprare un camion a basso consumo energetico, significa che hanno informazioni privilegiate.

In ben 39 occasioni Trump ha dichiarato su Truth Social che un accordo con l’Iran era molto vicino, e ogni volta le sue dichiarazioni sono state precedute da importanti movimenti in borsa. In molti sospettano un uso illecito di informazioni privilegiate. La Casa Bianca nega tutto con una formula ripetuta meccanicamente: né il presidente né la sua famiglia si sono mai trovati, né si troveranno mai, in situazioni di conflitto di interessi.

Come lo vede l’America: un’erosione silenziosa

La percezione di Trump negli Stati Uniti nel 2026 è più complicata di quanto i suoi sostenitori e i suoi oppositori siano disposti ad ammettere. Barack Obama ha ironizzato sul fatto che quando era presidente, se avesse commesso un decimo delle trasgressioni etiche di Trump, non avrebbe mai potuto completare il suo mandato. Finora Trump si è rivelato intoccabile, ma l’erosione della sua base elettorale indica che la situazione potrebbe cambiare.

I sondaggi del giugno 2026 mostrano un indice di popolarità in caduta libera, con una quota crescente di elettori indipendenti che esprime preoccupazione per i conflitti d’interesse e per il tono delle relazioni internazionali. La base dura, circa il 35% degli americani, resta compatta e impermeabile a qualsiasi critica. Il resto del paese è diviso tra chi trova il suo stile di governo efficace e chi lo considera una minaccia all’ordine istituzionale.

Il punto di tensione più concreto per i prossimi mesi sono le elezioni di metà mandato di novembre. I democratici hanno lasciato intendere che potrebbero creare una commissione parlamentare sui conflitti d’interesse nel caso in cui riuscissero ad avere la maggioranza nelle due camere del Congresso. Una commissione di questo tipo avrebbe accesso agli stessi documenti finanziari che i media hanno già cominciato a smontare riga per riga.

Come lo vede il mondo: da alleato a variabile imprevedibile

Al di fuori degli Stati Uniti, la percezione di Trump ha subito una trasformazione che pochi avevano previsto con questa velocità. Nel 2025 i governi europei di centrodestra, da Meloni a Orbán, avevano scommesso su di lui come interlocutore privilegiato. Diciotto mesi dopo, Meloni è nel gruppo dei leader attaccati pubblicamente, insieme a Macron e all’ormai dimissionario Starmer. Orbán resta l’eccezione, ma la sua fedeltà a Trump ha un prezzo politico crescente in Europa.

La Cina osserva con attenzione e soddisfazione: ogni meme di Trump contro un alleato europeo è un punto guadagnato nel racconto che Pechino costruisce da anni sull’inaffidabilità dell’Occidente a guida americana. La Russia, dal canto suo, ha ottenuto da Trump la riduzione del sostegno militare all’Ucraina senza cedere nulla di sostanziale in cambio. I paesi del Golfo hanno trovato in Trump un presidente disposto a fare affari su tutto, incluse le basi militari e le licenze del marchio, senza chiedere contropartite sui diritti umani.

Il risultato è un mondo in cui Trump è simultaneamente la persona più potente del pianeta e quella meno prevedibile. I mercati hanno imparato a muoversi in anticipo sui suoi post su Truth. I capi di Stato hanno imparato che la fedeltà non è una garanzia contro l’attacco successivo. La Fifa ha imparato che il presidente degli Stati Uniti chiama anche per le squalifiche calcistiche. E Infantino ha imparato che rispondere no a quella telefonata era più costoso che rispondere sì.

La verità fuori da Truth

C’è una domanda che circola nei cancellerie europee, nelle redazioni americane e nei corridoi delle istituzioni internazionali, e che nessuno formula apertamente perché non ha una risposta ordinata: dove finisce il presidente degli Stati Uniti e dove inizia l’imprenditore miliardario? La risposta onesta, alla luce dei 927 documenti depositati all’Ufficio per l’etica governativa, è che non c’è mai stata una linea di separazione.

Trump è il primo presidente americano a non aver ceduto i propri asset né affidato la gestione a un blind trust prima di entrare alla Casa Bianca. Ha legiferato su settori in cui ha investimenti personali da miliardi, ha guadagnato 2,2 miliardi di dollari in un anno in cui lo stipendio presidenziale è di quattrocentomila.

Obama ha ragione: nessun altro presidente avrebbe potuto farlo. Il punto è che Trump lo ha fatto, lo sta facendo e continua a farlo davanti a tutti, alla luce del sole, con la stessa disinvoltura con cui postava nei reality show prima di entrare in politica. E il mondo, per ora, lo guarda ballare da solo. Iniziando a comprendere che mentre balla fa ballare equilibri geopolitici molto sottili.

Claudio Dell'Arti
Claudio Dell'Arti
ESPLORATORE DEL MONDO, TRA OLD E NEW MEDIA

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