Shy, M. Porter

I vuoti interiori diventano vuoti nelle pagine: è letteratura ergodica. Ed è il nulla di una notte nella testa di un sedicenne problematico scappato dalla sua “Ultima Chance”

Sellerio, 2025, trad. Federica Aceto
[Shy, Faber & Faber, 2023]

Max Porter è nato a High Wycombe nel 1981. Ha studiato storia dell’arte al Courtauld Institute of Art di Londra, ha lavorato come libraio e poi come direttore editoriale della rivista Granta. Ha esordito nel 2015 con Il dolore è una cosa con le piume, vincitore del Premio Dylan Thomas. Nel 2019 è arrivato Lanny, candidato al Booker Prize e tradotto in oltre venti paesi. Shy è il suo terzo romanzo. Da questo libro è stato tratto il film Netflix Steve, diretto da Tim Mielants e interpretato da Cillian Murphy.

Parto da una premessa. Ho amato Max Porter e il suo Il dolore è una cosa con le piume in un modo totale. Forse mi aspettavo qualcosa di simile, un romanzo sui generis, e per questo ho faticato a entrare nella testa di Shy. Sedicenne problematico (scuole abbandonate, genitori delusi, scatti di rabbia che arrivano senza preavviso) scappa dal suo letto nel collegio di recupero, Ultima Chance, perso nella campagna inglese. Lo zaino pieno di pietre (fino all’ultimo sembra una metafora, forse lo è), poco più di cento pagine ammassate di parole, pensieri. E vuoti.

Ho scoperto al termine del libro che esiste questo filone: la letteratura ergodica.
Nulla di nuovo sotto il sole, in fondo: Zang Tumb Tumb di Marinetti ha più di cento anni e faceva nascere il Futurismo sulle stesse fondamenta. La guerra di Porter/Shy è tutta interna. Ha i suoni duri del drum’n’bass sparati nelle orecchie, frasi che si spezzano e punteggiatura che sparisce a sottolineare l’accelerazione del pensiero. Anche qui nulla di nuovo: metodo adottato da Celine (quasi cento anni fa) per sottolineare la fluidità di pensiero.

Ritornando a Shy. Quando ho abbandonato le aspettative di un romanzo “classico”, sono entrata non tanto nella trama o nella storia, quanto nella testa del protagonista. E nei suoi vuoti.
Perchè la grandezza di Porter è che apre un varco nel flusso caotico dell’adolescenza di oggi. Anzi, di ieri: Shy è ambientato nel 1995. In una notte del 1995, dove succede tutto. E niente. L’incoerenza dei suoi pensieri, che sembrano nati sotto l’effetto di allucinogeni, si mescola con il caos che arriva da fuori: le voci dei genitori, degli psicologi, degli insegnanti lo inseguono mentre cammina.

Rimangono i vuoti. Quelli tra le parole sparse per le pagine e il nulla. Non c’è presente, non c’è futuro, in quel ragazzo. C’è solo assenza da sé, dal mondo, dai sentimenti. E c’è un mondo difficile da guardare perché è troppo pieno di vuoti.

Paola Bottero
Paola Bottero
JOURNALIST, STORYTELLER, VISION MAKER

leggi anche

PRIMO PIANO

gli ultimi articoli