La terra ha sempre tremato così? I terremoti che fanno paura

Ieri il Messico, stamattina la Turchia, tre settimane fa il Venezuela. Sembra che il pianeta stia perdendo la pazienza. In realtà sta facendo quello che ha sempre fatto. Siamo noi ad averlo dimenticato.

Ieri alle 16:48, ora italiana, il fondo del Pacifico si è mosso al largo dello stato del Chiapas, in Messico. Magnitudo 7.4, epicentro a dieci chilometri di profondità, allerta tsunami per le coste del Messico meridionale, del Guatemala e di El Salvador. La presidente Claudia Sheinbaum ha chiesto alla popolazione di non avvicinarsi alle spiagge per sei ore. L’allerta è poi rientrata. I palazzi avevano oscillato fino a Città del Messico. Nessuna vittima confermata, per ora.

Stamattina alle 6.20, distretto di Battalgazi, provincia di Malatya, nel sudest della Turchia: magnitudo 5, avvertita in cinque province. Nessun danno segnalato. Il 24 giugno scorso, due scosse ravvicinate in Venezuela, 7.2 e 7.5, in un minuto l’una dall’altra, hanno ucciso 188 persone e lasciato sotto le macerie intere facciate di edifici a Caracas. Luglio 2025, Kamchatka, Russia: 8.8, il più forte degli ultimi dieci anni.

Guardando la lista si ha l’impressione che qualcosa stia cambiando. Che il pianeta stia accelerando, che i terremoti siano più frequenti, più forti, più vicini a noi. È una sensazione comprensibile. Ed è quasi completamente sbagliata.

La terra non trema di più. Ne parliamo di più

Ogni anno sulla Terra si verificano in media circa 500.000 terremoti rilevabili dagli strumenti. Di questi, circa 100.000 vengono avvertiti dagli esseri umani. Circa 100 causano danni. Quindici, in media, raggiungono o superano la magnitudo 7.

Questi numeri non sono cambiati in modo significativo negli ultimi decenni. È cambiata la nostra capacità di registrare gli eventi sismici, sempre più precisa, e la capacità di diffondere la notizia in tempo reale. Un terremoto di magnitudo 6 nel Chiapas negli anni Settanta diventava una riga su un giornale tre giorni dopo. Oggi diventa una notifica push sul telefono di mezzo mondo in dieci minuti, seguita da video, mappe interattive e dichiarazioni delle autorità locali prima ancora che le onde sismiche si siano fermate.

L’USGS, il servizio geologico degli Stati Uniti, lo spiega così: la rete sismografica mondiale è cresciuta enormemente dagli anni Novanta in poi, e con essa la capacità di rilevare terremoti piccoli che prima passavano inosservati. Il risultato è che il numero di sismi registrati è aumentato, ma questo riflette un miglioramento della strumentazione, non un aumento dell’attività sismica reale.

Perché certi posti tremano sempre

Il Messico trema perché si trova sul Ring of Fire, l’anello di fuoco, il perimetro del Pacifico lungo il quale scorrono alcune delle faglie più attive del pianeta. La placca di Cocos scende sotto quella nordamericana con una lentezza che si misura in centimetri all’anno, accumulando energia che prima o poi viene rilasciata. Il Chiapas è esattamente su questa frontiera.

La Turchia trema perché è incastrata tra tre placche: quella eurasiatica a nord, quella arabica a est, quella africana a sud. La faglia nord-anatolica, che attraversa il paese da est a ovest come una cicatrice profonda, è una delle strutture geologiche più pericolose al mondo. Il devastante terremoto del febbraio 2023, che aveva ucciso oltre cinquantamila persone, era avvenuto lungo la faglia est-anatolica, il suo corrispettivo meridionale. Malatya, colpita stamattina, era già in ginocchio da quella notte.

Il Venezuela è un caso più complicato, perché non si trova in una zona di subduzione classica ma lungo il margine settentrionale della placca sudamericana, dove il movimento con quella caraibica genera una serie di faglie trascorrenti, quelle in cui due blocchi di roccia scorrono orizzontalmente uno rispetto all’altro. Le due scosse del 24 giugno, così ravvicinate e così profonde, hanno sorpreso anche i sismologi.

L’uomo ha peggiorato la situazione?

La domanda che segue quasi sempre la notizia di un terremoto importante è se il cambiamento climatico c’entri qualcosa. La risposta onesta è: quasi nulla, ma non del tutto nulla.

I meccanismi profondi della tettonica a placche sono indifferenti alla temperatura atmosferica. La faglia nordanatolica non si muove più veloce perché il Mediterraneo si sta scaldando. Ma esiste un nesso, marginale e discusso, tra lo scioglimento dei ghiacciai e l’attività sismica: le grandi masse di ghiaccio esercitano un peso sulla crosta terrestre, e la loro riduzione modifica localmente le pressioni sulle faglie, potenzialmente anticipando eventi che sarebbero comunque avvenuti. Gli studi sono ancora in corso.

Crollano le città povere, con infrastrutture fragili, costruite in zone a rischio perché non c’era altra terra disponibile. Caracas il 24 giugno ha mostrato fronti di edifici aperti a metà come case di bambole. Edifici costruiti in fretta, con normative inadeguate, in un paese senza le risorse per applicarle. La magnitudo del sisma non si controlla. La qualità di quello che costruiamo sì.

Ascoltare il rumore di fondo

C’è un modo diverso di leggere questa serie di notizie. Non come un’escalation del pianeta, ma come il rumore di fondo di una Terra che non è mai stata ferma e che noi, per la prima volta nella storia, riusciamo ad ascoltare tutta intera, in tempo reale, su uno schermo grande quanto il palmo di una mano.

Il pianeta non sta perdendo la pazienza. Sta facendo quello che ha sempre fatto, da quando esiste. Siamo noi che, collegati a una rete globale di sismografi e telecamere e notifiche, percepiamo ogni scossa come parte di una sequenza inquietante. Forse lo è. Forse è solo il rumore normale di una crosta che si muove, di placche che si urtano, di energia che si accumula e si libera secondo tempi che non hanno niente a che fare con i nostri calendari o con i nostri titoli di giornale.

Quello che possiamo fare è quello che i sismologi ripetono da decenni: costruire meglio, costruire dove è sicuro farlo, non costruire dove non lo è. I terremoti non si prevengono. Le catastrofi, in larga parte, sì.

Anna De Angelis
Anna De Angelis
Inseguo l'arte in tutte le sue espressioni. Anche quella di critica e di giornalista.

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