Stamattina Antonio Polito scrive sul Corriere della Sera che grazie all’arresto di Lavitola si è sventata una possibile deriva populista. È una tesi forte, che merita di essere letta partendo dai fatti
Le tappe fondamentali
La notte del 16 ottobre 2025, davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci a Pomezia, esplode la sua auto. Due detonazioni consecutive, il veicolo brucia completamente. Nel 2024 Ranucci aveva già trovato due proiettili davanti casa, lasciati come minaccia. L’attentato viene subito ricondotto alla sua attività di conduttore di Report, il programma di inchiesta della Rai. Solidarietà bipartisan, sindacati, colleghi. Il caso viene affidato alla DDA di Roma.
Nei mesi successivi le indagini prendono una direzione che nessuno aveva previsto. Il mandante non sarebbe un politico colpito da un’inchiesta, né un imprenditore che voleva vendicarsi, ma Valter Lavitola, ex editore dell’Avanti, faccendiere di lungo corso con una storia personale che attraversa decenni di sottogoverno italiano. E soprattutto, secondo le indagini, amico intimo di Ranucci.
Lavitola viene arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di essere il mandante dell’attentato. Viene emesso anche un mandato di arresto per Gomes Tavares, cittadino camerunense ritenuto l’intermediario con la banda che ha materialmente piazzato l’ordigno. Tavares è attualmente latitante. I pm della DDA sono pronti ad avviare la procedura di estradizione.
Il movente: “Tra due anni fai il premier”
Il movente ricostruito dal gip è degno di un romanzo best seller. Lavitola scriveva a Ranucci in chat: “Tra 2 anni fai il premier”. Secondo l’ordinanza, l’ex editore avrebbe costruito un progetto politico attorno al conduttore: accrescerne la popolarità con un attentato, trasformarlo in vittima del sistema, spianargli la strada verso la politica, diventarne lo spin doctor. Il gip descrive Lavitola come una persona che aveva sostenuto Ranucci nei momenti di difficoltà e ne aveva esaltato i successi televisivi, arrivando a coltivare l’idea di convincerlo a lasciare il giornalismo per dedicarsi alla politica.
Il punto cruciale dell’ordinanza, su cui l’avvocato di Ranucci ha insistito subito, è il seguente: non è emerso alcun elemento per sostenere che Ranucci fosse d’accordo con Lavitola. Il progetto politico viene ricondotto all’iniziativa dell’ex editore, senza che dalle indagini risulti una partecipazione consapevole del conduttore.
Ranucci è vittima dell’attentato. Non indagato. Eppure il dibattito pubblico sta prendendo un’altra piega.
La reazione politica e social: il linciaggio preventivo
Matteo Salvini ha attaccato senza attendere l’esito dell’interrogatorio di garanzia: “Fino a che non sarà fatta chiarezza sui rapporti tra Ranucci e Lavitola, il denaro pubblico degli italiani non deve più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”.
Ranucci ha risposto sui social: “Salvini ha chiesto alla Rai la mia sospensione”. Ha poi pubblicato una foto con sua madre, accompagnata da parole sulla solitudine di questi giorni. Il post ha raggiunto 1,2 milioni di visualizzazioni: la campagna contro di lui è massiccia, la solidarietà popolare anche.
L’avvocato Roberto De Vita ha definito Ranucci “tre volte vittima: di un attentato grave e pericoloso, di un tradimento e di una strumentalizzazione da parte di un amico in un delirante teatro della follia, e di una massiva e persistente campagna di linciaggio mediatico e politico”.
I social si sono divisi, come sempre. Da una parte chi usa la vicenda per attaccare Report e il giornalismo d’inchiesta, mescolando il comportamento di Lavitola con quello di Ranucci come se fossero la stessa cosa. Dall’altra chi difende il conduttore ricordando che essere vittima di un attentato non è una colpa, e che l’amicizia con un faccendiere non implica complicità in un reato.
Cosa ci insegna questa vicenda
Polito nel suo fondo di oggi sostiene che se il progetto di Lavitola fosse andato in porto – un giornalista trasformato in martire del sistema che entra in politica sull’onda della vittimizzazione – avremmo assistito a qualcosa di pericoloso. Il modello ha funzionato altrove, in America con Trump, in Brasile con Bolsonaro: la vittima del potere che diventa potere.
Ma la vicenda insegna che l’amicizia tra un giornalista d’inchiesta e un personaggio del sottobosco politico-affaristico è un problema serio, indipendentemente da qualsiasi reato. Paolo Mieli ha raccontato di aver partecipato a una cena con entrambi, e di aver percepito una confidenzialità che va ben oltre il rapporto tra fonte e giornalista. È una zona grigia che Report, il programma che ha fatto della trasparenza la propria ragione d’essere, avrebbe dovuto evitare.
Insegna anche come funziona il linciaggio social nel 2026: Salvini chiede la sospensione di Ranucci prima ancora che Lavitola abbia risposto al gip. Il processo mediatico precede quello giudiziario di settimane. E chi viene colpito da questa dinamica, anche se poi risulta innocente, porta addosso il marchio per molto tempo.
L’ultima cosa che insegna, forse quella su cui dovremmo riflettere tutti, è questa: i confini tra giornalismo, politica e potere in Italia sono molto più porosi di quanto i protagonisti amino ammettere. Lavitola non era uno sconosciuto. Era un uomo introdotto, conosciuto, frequentato. Il fiume carsico della politica politicante, come lo ha definito qualcuno, scorre sotto tutto. Anche sotto le redazioni che lo raccontano.



