Copernicus certifica il bimestre giugno-luglio più caldo di sempre in Europa occidentale, agosto ha aggiunto una quinta ondata di calore, e i modelli indicano un autunno sopra la norma
Partiamo dai fatti. Secondo il bollettino del Copernicus Climate Change Service, la temperatura media tra giugno e luglio 2026 in Europa occidentale è stata di 21,62 gradi, oltre il precedente record del 2022. È il numero più alto mai registrato in questa parte del continente da quando esistono le rilevazioni sistematiche.
Luglio racconta la stessa storia con più precisione. La temperatura media globale è stata di 16,90 gradi, 0,67 gradi sopra la media 1991-2020 e 1,47 gradi sopra la media preindustriale, a un soffio dalla soglia degli 1,5 gradi fissata dall’Accordo di Parigi. In Europa occidentale il dato locale è ancora più netto: 22,48 gradi, il secondo luglio più caldo mai registrato nella regione, appena sotto il record del 2006.
Agosto non ha dato tregua
Chi sperava in una pausa a Ferragosto è rimasto deluso. Secondo 3bmeteo l’Europa occidentale ha attraversato cinque ondate di calore dalla fine di maggio a metà agosto, con l’ultima culminata tra il 13 e il 15 agosto: oltre 43 gradi in Francia, sopra i 42 in Spagna, oltre i 40 in Portogallo, con caldo intenso esteso fino alla Germania. Non è solo l’altezza dei picchi a raccontare l’anomalia. È la persistenza, e le pause sempre più brevi tra una fiammata e l’altra.
Anche l’Italia ha attraversato l’intero mese sotto pressione. Il primo agosto è iniziato con la quarta ondata di calore della stagione, con temperature localmente sopra i 40 gradi, e un primo break atteso solo tra il 9 e il 10. Il sollievo è stato parziale: tra il 10 e il 16 agosto è arrivato un parziale affievolimento dell’alta pressione su gran parte dell’Europa, ma già dal 13 la quinta ondata ha rialzato i termometri. Sul fronte incendi il dato è impietoso: dall’inizio del 2026 nell’Unione europea sono già andati in fumo 434.976 ettari, ben oltre la media storica, di cui 70.841 solo in Italia distribuiti in 322 incendi di grandi dimensioni.
E il mare, che di solito accumula calore più lentamente dell’aria, ha seguito lo stesso passo. Il 13 agosto la temperatura superficiale del Mediterraneo superava la media di lungo periodo di circa sei gradi nel Golfo del Leone, davanti alla Francia meridionale, con anomalie oltre i cinque gradi anche lungo le coste atlantiche della penisola iberica. Il mare ha fatto da batteria termica. Accumula lentamente e restituisce lentamente. E quello che restituisce, in autunno, è calore.
Perché il 2026 non è un episodio isolato
Chi ha memoria corta potrebbe pensare che questa sia stata solo un’annata sfortunata. Non è così. Il record precedente apparteneva al 2022, l’estate che aveva già sconvolto l’opinione pubblica con temperature record in Gran Bretagna, incendi in Francia e Spagna e blackout energetici. Quattro anni dopo, quel primato è già superato. La traiettoria non è un’oscillazione. È una linea che sale, e lo fa più in fretta di quanto i modelli di vent’anni fa riuscissero a prevedere.
A livello globale il 2026 si conferma per ora il terzo anno più caldo mai registrato, dopo il 2024 e il 2025, ma la classifica potrebbe ancora cambiare prima di dicembre. Nel frattempo il caldo si è portato dietro tutto il resto: le portate fluviali sono state molto inferiori alla media, con Senna, Reno e Danubio particolarmente colpiti dalla siccità.
Cosa aspettarsi dall’autunno
Le previsioni stagionali non sono meteo a tre mesi, sono probabilità. Ma il segnale che arriva dai modelli non lascia molti margini di ambiguità. L’aggiornamento del 10 agosto del Copernicus Climate Change Service, basato sui modelli coordinati da ECMWF, indica per gran parte dell’Europa una probabilità superiore alla norma di avere temperature autunnali oltre l’ottantesimo percentile della distribuzione climatica.
C’entra anche El Niño, il riscaldamento periodico del Pacifico che riscrive la circolazione atmosferica su scala planetaria. La WMO prevede che il fenomeno continui almeno fino a novembre con probabilità vicine o superiori al novanta per cento, e il Joint Research Centre della Commissione europea considera possibile un episodio molto forte. Per l’Europa il legame con El Niño è meno diretto rispetto ai tropici, quindi non si può ancora dire con certezza se l’autunno porterà più piogge o più caldo secco. Quello che si può dire, con i dati alla mano, è che sarà con ogni probabilità più caldo della norma.
Possiamo fare qualcosa?
Basta con i soliti elenchi di dieci gesti quotidiani, dalla raccolta differenziata alla doccia più breve. Sono gesti giusti, ma raccontano solo mezza verità. Il 72 per cento delle emissioni globali di gas serra è legato al consumo domestico, quindi le scelte individuali contano davvero e possono innescare un effetto a catena sulla produzione. Meno carne, meno sprechi, più mezzi pubblici, più isolamento termico in casa. Tutto vero, tutto utile.
Ma sarebbe disonesto fermarsi lì. Le risposte efficaci non possono venire da singoli attori, per quanto determinati: servono coordinamento tra istituzioni, imprese, ricerca e società civile, capaci di condividere conoscenza e moltiplicare l’efficacia delle azioni. La transizione energetica, la gestione del suolo, il contrasto alla deforestazione, la resilienza delle filiere: sono partite che si giocano nei parlamenti e nei consigli di amministrazione, non solo nei sacchetti della differenziata.
Il problema non si risolve aspettando l’autunno più fresco. Il 2026 ha già dimostrato che il clima non concede tregue lunghe. E chi continua a chiamarla “emergenza” come se fosse un’eccezione temporanea, forse dovrebbe iniziare a chiamarla semplicemente clima.



