Il Gesù dei Vangeli è il Gesù reale

Continua il ragionamento sul gesuanesimo di Mancuso. Ratzinger e la sfida del «Gesù reale»: contro la vivisezione della storia

Nel dibattito pubblico, la figura di Gesù di Nazaret viene spesso sottoposta a un’operazione chirurgica rischiosa: si pretende di separare con precisione millimetrica l’uomo della storia dal Cristo della fede. È la strada imboccata da Vito Mancuso nel suo tentativo di rifondare una spiritualità moderna: da un lato ci sarebbe Yeshua, il profeta di Galilea, dall’altro il dogma ecclesiastico, un abito teologico cucito secoli dopo, per nascondere il fallimento politico del maestro. Questa separazione, all’apparenza così razionale, nasconde una profonda trappola logica che impedisce di comprendere non solo la fede, ma la storia stessa.

Nelle neuroscienze esiste un errore logico chiamato «fallacia mereologica»: consiste nell’attribuire a una parte dell’organismo (ad esempio il cervello) facoltà o azioni che appartengono propriamente solo all’intero (cioè alla persona nella sua totalità). Dire che «il cervello pensa» o «l’amigdala prova paura» è un errore categoriale: il cervello è la condizione biologica necessaria per pensare, ma a pensare è la persona intera.

Mancuso cade in una svista speculare, che potremmo definire la fallacia mereologica della storiografia. Egli prende uno strumento parziale di indagine — il metodo storico-critico, ridotto a puro positivismo — e pretende che questa singola parte possa definire da sola l’identità dell’intero personaggio Gesù. Isola il frammento empirico bruto e dichiara inesistente tutto ciò che sfugge alla sua lente calcolante.

Da qui la domanda: si può davvero comprendere un uomo vivisezionandolo?

Il «Gesù dei Vangeli» è il Gesù reale

La risposta cattolica a questo vicolo cieco trova la sua formulazione più luminosa e provocatoria nella grande opera di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Ratzinger rovescia l’assunto di oltre due secoli di scetticismo liberale con una tesi audace: il Gesù dei Vangeli è il Gesù reale, il vero «Gesù storico».

Il teologo-papa non rifiuta il metodo storico-critico; lo usa, ma ne svela i limiti insuperabili quando viene isolato e dogmatizzato. Se ci affidiamo solo a una storiografia neutrale, finiamo per trovarci di fronte a un’ombra. Le ricostruzioni dei critici radicali ci consegnano un Gesù troppo pallido, insignificante, un maestro di buone maniere o un profeta apocalittico illuso. Un personaggio così debole, però, non avrebbe mai potuto incendiare i cuori dei discepoli, non avrebbe mai diviso la storia in un «prima» e un «dopo», e non sarebbe mai finito su una croce romana. Solo se nella sua vita terrena è accaduto qualcosa di infinitamente straordinario, che superava ogni categoria dell’epoca, si spiega l’impatto immenso della sua figura.

La fede nel Cristo risorto non è quindi una sovrastruttura mitologica che deforma il Gesù terreno. Al contrario: il Cristo della fede è l’unica chiave ermeneutica che rende la storia di Gesù storicamente plausibile e sensata. Senza la sua identità divina, il Gesù storico diventa un enigma insolubile, un assurdo logico.

La lezione del rabbino: l’indissolubilità del volto

La prova più affascinante di questa indissolubilità non viene da un teologo cattolico, ma da un ebreo osservante. Nel suo celebre dialogo con il Nazareno, il grande studioso rabbinico Jacob Neusner dichiara l’assurdità di voler separare il Gesù storico dal Cristo della fede.

Neusner analizza il Discorso della Montagna e nota che Gesù non si comporta come un normale maestro della Torah. Egli non interpreta la Legge di Dio: si pone al di sopra di essa. Nel celebre contrasto sinottico («Fu detto… ma io vi dico»), Gesù rivendica per il proprio «Io» la stessa autorità del Dio del Sinai. Neusner riconosce con assoluta onestà intellettuale che questo Gesù storico esige un’adesione totale che spetta solo a Dio.

Non c’è spazio per un Gesù «solo uomo» o per un profeta apocalittico innocuo. Se prendiamo sul serio la storia, dobbiamo fare i conti con questa pretesa inaudita. Il Gesù storico ha senso solo se coincide con il Cristo della fede; se eliminiamo la sua divinità, non stiamo purificando la storia dal mito, stiamo semplicemente censurando i documenti storici per farli quadrare con i nostri pregiudizi moderni.

Lo «sguardo della fede» come organo conoscitivo

Come uscire allora da questa prigione gnoseologica? La teologia cattolica (con autori come Nicola Ciola e Klaus Berger) suggerisce che per accostarsi alla realtà intera di Gesù occorre superare l’illusione della neutralità scientifica e attivare lo sguardo della fede.

La fede non è il contrario del sapere, né una credulità acritica. Essa è un autentico organo di conoscenza, una forma superiore di intelligenza del reale. Per comprendere questo concetto, basta ricorrere a un’esperienza umana universale: l’amore. Se un neuroscienziato analizzasse i tracciati cerebrali di una madre che stringe il proprio figlio, registrerebbe dati utilissimi, scientifici e reali. Quei tracciati davvero esaurirebbero la realtà di quell’amore? Certamente no. L’amore è invisibile agli elettrodi, ma è la parte più reale di quell’evento. Per attingerlo, occorre uno sguardo partecipe, una relazione.

Allo stesso modo, lo sguardo della fede non deforma la storia di Gesù, ma la illumina, permettendo di vederne la profondità trascendente che la sola ragione calcolante non può registrare. La fede non «aggiunge» elementi fantastici alla tela grezza della storia: è lo strumento che connette i singoli dettagli storici (i miracoli, le parole, la croce) e ne rivela la fisionomia coerente e vivente.

L’illusione del positivismo storiografico e la pretesa “neutralità”

L’approccio di Mancuso si radica in una concezione ottocentesca della storiografia, secondo la quale sarebbe possibile ricostruire i fatti storici “così come sono realmente accaduti” (il celebre wie es eigentlich gewesen di Leopold von Ranke), eliminando ogni presupposto ermeneutico o teologico come una scoria deformante. Per Mancuso, la ricerca sul Gesù storico deve limitarsi a registrare empiricamente i frammenti della sua esistenza terrena, scartando i dogmi conciliari che avrebbero rivestito la figura di Yeshua di una veste metafisica estranea.

Tuttavia, la cristologia cattolica contemporanea ha ampiamente superato questa illusione positivista. Non esiste un “fatto puro” privo di interpretazione, poiché la storia stessa ci consegna la figura di Gesù di Nazaret unicamente attraverso la mediazione delle prime comunità credenti. I Vangeli non sono verbali di polizia né registrazioni asettiche, ma testimonianze storiche nate nella fede e per la fede.

Tentare di estrarre un Gesù “puro”, depurato da ogni lettura teologica delle fonti, equivale a pretendere di osservare un dipinto eliminando tutti i colori per rintracciare la tela grezza: l’operazione non restituisce l’originale, ma lo distrugge. Isolare il dato empirico bruto (la parte) dalla sua ricezione testimoniale e comunitaria (l’intero) significa cadere nella fallacia mereologica: si presume che la storiografia positivista, che è solo uno strumento parziale di indagine, possa definire interamente il significato e l’identità del soggetto storico Gesù.

La fine della Teologia e la trappola del «Gesù privato»

Escludendo lo sguardo della fede, il metodo di Mancuso compie l’ultimo e definitivo riduzionismo. Nel momento in cui egli dichiara che solo la ragione disincarnata dal dogma può svelare il vero Gesù, egli abdica al compito della teologia (che è fides quaerens intellectum, la fede che cerca di comprendere) e scivola in una generica «teiologia» filosofica – si è già detto e qui si ripete- una speculazione sul divino impersonale.

La storia di Gesù viene così sacrificata sull’altare di un’etica universale della responsabilità. E però, in questo modo, la carne del Nazareno perde la sua unicità salvifica. Gesù si riduce a un’etichetta storica per idee morali (la giustizia, il bene, la cura dell’altro) che, come lo stesso Mancuso ammette, erano già state scritte e vissute da altri pensatori della storia prima di lui. Se Gesù è solo un saggio tra i saggi, la sua vicenda non porta alcuna reale novità nel mondo. Il cristianesimo si dissolve in un nobile moralismo, e l’uomo rimane prigioniero delle sue sole e fragili forze etiche.

La grande cristologia cattolica custodisce invece un realismo immensamente più fecondo. La storia e la fede si richiamano in un circolo virtuoso: la storia impedisce alla fede di evaporare nel mito, e la fede impedisce alla storia di ridursi a un freddo archivio del passato. Solo tenendole unite, nell’equilibrio fecondo del «distinguere senza separare», possiamo incontrare non un fantasma del passato, ma il Gesù reale: colui che, proprio perché è il Cristo della fede, continua a essere contemporaneo e vivente per l’uomo di ogni tempo.

Antonio Staglianò
Antonio Staglianò
PRESIDENTE DELLA PATH (PONTIFICIA ACCADEMIA DI TEOLOGIA), RETTORE DELLA CHIESA DEGLI ARTISTI DI ROMA, VESCOVO EMERITO DI NOTO

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