«La carne si fa Parola»: riflettiamo ancora sul Gesuanesimo

La terza parte delle riflessioni sull’ateologia di Vito Mancuso: dopo il gesuanesimo e la sfida del «Gesù reale», la deriva gnostica, doceta e pelagiana

Nelle prime due tappe del nostro viaggio si è visto come Vito Mancuso, nel tentativo di superare il «fossato» tra l’analisi storica e l’esigenza razionale, finisca per congedarsi dalla teologia cristiana per approdare a una generica filosofia del divino, una «teiologia». Il prezzo di questa operazione è altissimo ed emerge con chiarezza non appena si analizza la sua proposta centrale: il «Gesuanesimo». Svincolato dai dogmi conciliari, dalla dottrina della redenzione e dal valore redentore del sangue di Cristo, il Nazareno di Mancuso viene ridotto a un puro simbolo etico, a un maestro di giustizia la cui eredità risiede interamente nell’adesione morale ai valori universali di Matteo 25.

L’evaporazione della storia nell’Idea

Tuttavia, proprio in questo tentativo di esaltare l’uomo Gesù contro il «mito» del Cristo ecclesiastico, si consuma un clamoroso paradosso filosofico. Riducendo la figura storica a un puro modello ispiratore della coscienza morale, Mancuso fa evaporare la concretezza della carne e della storia all’interno della purezza di un’idea atemporale. È il rovesciamento del prologo di Giovanni: non è più il Verbo che si fa carne (Gv 1,14), ma è la carne che si fa Parola, dissolvendosi però in una dottrina sapienziale universale.

Questo processo di smaterializzazione non è affatto inedito; nella storia del pensiero cristiano esso ha un nome preciso: docetismo. I doceti dei primi secoli, influenzati dallo gnosticismo, ritenevano che la corporeità di Gesù, la sua sofferenza reale e la sua passione fossero state solo un’apparenza, un rivestimento esteriore inadeguato per la purezza dell’elemento divino o spirituale. Mancuso compie un’operazione simile: non nega l’umanità storica di Gesù (anzi, se ne fa paladino), ma ne svuota il valore ontologico e salvifico, riducendo la sua esistenza a una mera «cifra» estetica o a una parabola filosofica destinata a risvegliare l’interiorità del singolo. Il Gesù reale viene così sacrificato sull’altare del «Gesù ideale», ricadendo esattamente in quella deriva gnostica che la Chiesa dei primi secoli dovette combattere con estremo vigore per difendere il realismo della salvezza.

L’illusione dell’autosalvazione pelagiana

Al cuore del Gesuanesimo vi è una radicale opzione antropologica che confina con il pelagianesimo, l’antica eresia secondo cui l’essere umano sarebbe capace, con le sue sole forze naturali e attraverso lo sforzo della propria volontà, di compiere il bene e di salvarsi senza il bisogno preventivo e strutturale della grazia divina. Per Mancuso, la salvezza non è un dono oggettivo che viene dall’esterno (una redenzione operata da Cristo sulla croce e partecipata nei sacramenti), ma è una scelta autonoma della coscienza che decide di sintonizzarsi con l’ordine e la giustizia del cosmo.

La teologia cattolica contemporanea risponde a questa provocazione mostrando la fragilità psicologica e teologica di una simile autosalvazione morale. Come evidenziato negli studi raccolti da Giacomo Canobbio sulla «fede di Gesù» (fides Christi), la vita cristiana non è una faticosa e volontaristica «imitazione» esteriore di un maestro del passato, bensì una reale e ontologica «partecipazione» alla sua stessa relazione filiale con il Padre. Gesù non è semplicemente un modello di comportamento da copiare (il che ridurrebbe il cristianesimo a un moralismo schiacciante e nevrotizzante, privo di lieta notizia); egli è l’archegos (il pioniere) e il teleiotes (il perfezionatore) della fede, colui che attraverso lo Spirito Santo abita nel credente e lo rende intimamente capace di amare e di agire secondo la logica del dono di sé.

L’etica dell’azione descritta in Matteo 25 (dare da mangiare agli affamati, accogliere lo straniero), che Mancuso sventola come bandiera di un cristianesimo finalmente de-dogmatizzato e accessibile a tutti, non è un’alternativa alla grazia, ma il suo frutto maturo. Separare l’agire morale dalla sua sorgente ontologica (l’unione con il Cristo risorto) significa trasformare il Vangelo da «annuncio di salvezza» in una nuova e insostenibile «legge morale» che condanna l’uomo al fallimento e al senso di colpa di fronte a un ideale di bene che non riesce a realizzare con le proprie sole forze.

Dostoevskij e il realismo della carne contro Socrate

Per cogliere appieno la posta in gioco di questo scontro, è utile richiamare una celebre provocazione di Fëdor Dostoevskij, ripresa da Nicola Ciola nel suo trattato sulla vicenda storica e la tradizione ecclesiale di Gesù: «Molti ritengono che sia sufficiente credere nella morale di Cristo, per essere cristiano. Non la morale di Cristo, né l’insegnamento di Cristo salveranno il mondo, ma precisamente la fede in ciò, che il Verbo si è fatto carne».

Se il cristianesimo fosse solo una dottrina etica o una morale universale, Gesù di Nazaret sarebbe strutturalmente interscambiabile con altre gigantesche figure della storia dell’umanità, come Socrate, Platone, Buddha o Confucio. Tuttavia, se le cose stanno così, perché mai la storia del mondo avrebbe dovuto subire una svolta irrevocabile con l’avvento del Nazareno?

La risposta cattolica è netta: la novità assoluta di Gesù non risiede nell’originalità formale delle sue sentenze morali, ma nella sua Persona. Socrate ha insegnato la verità ed è morto per essa, lasciandoci in eredità i suoi dialoghi; Gesù non ha semplicemente insegnato la verità, ma ha osato dire: «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6). In Lui, la Verità non è una formula logica o un precetto etico, ma un volto umano. Se si elimina l’unione ipostatica (vero Dio e vero uomo), se si riduce la sua divinità a un mito posteriore della Chiesa, si compie un’operazione di impoverimento storico e teologico che equipara Cristo a un saggio sconfitto, privando l’umanità dell’unica vera speranza che risponde al dramma della morte e del male: il fatto che Dio stesso è entrato nella nostra carne ferita per riscattarla dall’interno.

Per il resto, se Mancuso fosse rimasto “teologo cattolico” -muovendo da una prospettiva davvero teologica-, non si sarebbe meravigliato per niente del fatto di trovare le “sentenze di Gesù” già presenti nella sapienza antica, perché – per questo- ogni buon teologo può riferirsi alla dottrina patristica dei Logoi spermatikoi, e a quella più evangelica del “cristocentrismo obiettivo” (su cui Mancuso è stato istruito dalla Scuola di Milano, tutta cristocentrica e personalista), secondo cui Gesù Cristo viene prima di Abramo, prima di Adamo, prima che il mondo fosse.

Caro cardo salutis: la carne come cardine della salvezza

Contro la deriva gnostica che periodicamente riaffiora nella storia della cultura — e che oggi trova in Mancuso una voce suadente — risuona l’assioma fondamentale di Tertulliano: «Caro cardo salutis» (la carne è il cardine della salvezza). La salvezza cristiana non è un’illuminazione intellettuale, né una ascesi dello spirito che si libera dai vincoli della materia o dell’istituzione ecclesiastica. Essa passa necessariamente attraverso la densità della materia, della storia e della corporeità.

Nel disegno salvifico cattolico, la corporeità storica del Figlio si estende e si rende visibile nel tempo attraverso la realtà sacramentale ed ecclesiale. Il Battesimo, l’Eucaristia, l’abbraccio fisico del perdono non sono simboli vuoti o sovrastrutture burocratiche di potere nate dall’alleanza con l’Impero romano (come vorrebbe la narrazione complottista di Mancuso), ma sono i canali fisici attraverso cui la grazia del Risorto tocca e guarisce la nostra carne concreta.

Il «Gesuanesimo» di Mancuso, che pretende di custodire una spiritualità pura e disincarnata, «transconfessionale» e priva di legami ecclesiali, finisce inevitabilmente per trasformarsi in un’aristocrazia dello spirito. È una salvezza per intellettuali, per anime belle capaci di speculare sull’armonia del cosmo, lasciando indifeso e privo di speranza l’uomo comune, colui che sperimenta la brutalità del limite, della malattia e del peccato e che non ha bisogno di un’idea rassicurante, ma di un Salvatore in “carne e ossa” che lo afferri e lo tragga fuori dal sepolcro. Ha bisogno di una “teodrammatica” piuttosto che di una “teosofia”.

Concludo per il momento. Il tentativo di Mancuso di liberare Gesù dal «peso» del dogma e della struttura ecclesiale per restituirlo all’umanità si rivela un’illusione ottica. Svestito della sua divinità ontologica e ridotto a pura idea etica, il Gesù del Gesuanesimo cessa di essere il Salvatore per diventare l’ennesimo legislatore morale. Smantellare questa caricatura significa riaffermare con forza il realismo scandaloso del cristianesimo: la salvezza non è il frutto del nostro sforzo morale di salire verso il divino, ma è l’abbraccio di un Dio che è disceso nella nostra carne per amarci da dentro la nostra stessa debolezza.

Antonio Staglianò
Antonio Staglianò
PRESIDENTE DELLA PATH (PONTIFICIA ACCADEMIA DI TEOLOGIA), RETTORE DELLA CHIESA DEGLI ARTISTI DI ROMA, VESCOVO EMERITO DI NOTO

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