28 episodi, III stagioni, 2014-2017, Usa
di Damon Lindelof e Tom Perrotta con Justin Theroux, Carrie Coon, Amy Brenneman, Christopher Eccleston, Ann Dowd, Liv Tyler
HBO
Facevo parte del grande pubblico che ha sottovalutato un capolavoro assoluto qual è The Leftovers. Poi sono riuscita a recuperare la serie e ci sono rimasta sotto: ho avuto bisogno di un po’ di tempo per elaborare e far sedimentare le mille emozioni che ancora adesso mi sorprendono con domande e riflessioni. Damon Lindelof è l’imperatore assoluto di Lost, che non ho visto e non so se vedrò, ma che sicuramente ha creato un ottimo spartiacque tra il prima e il dopo.
Cosa è The Leftovers? Una sequenza di domande. Sul dolore, sulla fede, sulla perdita, sul passato e sul futuro. Contiene in sé non solo le domande più profonde che l’uomo e la storia della filosofia si fanno da sempre, ma anche una trattazione sulle possibili risposte. Nessuna sovrasta l’altra, anche se la fede – in Dio, in se stessi, nel fato, nell’amore, negli altri, nella vita – diventa la coperta che copre ogni cosa, un po’ oppio del popolo marxiano, un po’ risentimento dei deboli contro la vita di nietzschiana memoria, un po’ rapporto diretto con il Dio cattolico.
Non so se questa sia l’impostazione del romanzo di Perrotta o l’aggiustamento di Lindelof, ma funziona alla grande. Poi c’è anche una trama, che regge alla grande.
Il 14 ottobre il due per cento della popolazione mondiale svanisce nel nulla. The Leftovers non dà spiegazioni: elabora il modo in cui ciascuno dei protagonisti e la società tutta reagiscono all’inspiegabile.
Si guarda ogni puntata accompagnati dall’incertezza: all’inizio la domanda c’è. Poi, man mano che la trama e l’intreccio evolvono, diventa meno importante.
The Leftovers non è costruita sul mistero: il mistero è il punto di partenza, il trauma collettivo da cui osservare le persone. Cercano di continuare a vivere? Ce la fanno? Non ce la fanno? Il fulcro diventano le reazioni alla perdita: chi nega, chi si radicalizza, chi si separa dalla famiglia, chi smette di parlare e veste solo di bianco.
La serie è assente dal mainstream italiano: forse è troppo per il pubblico tricolore. Il dolore raccontato dalle tre stagioni, in un crescendo perfetto, è reale, anche se il mondo in cui lo racconta non lo è. Ma potrebbe esserlo, anche al contrario. E in questa alternanza di yin e yang si trova la bellezza assoluta di una serie che lascia un segno indelebile.




