30 episodi, III stagioni, 2023 – in produzione, USA
di Graham Yost con Rebecca Ferguson, Common, Tim Robbins, Harriet Walter, Rashida Jones, Billy Postlethwaite
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Non è un mistero la mia passione per le narrazioni distopiche. Quelle che fanno riflettere, creando scenari tanto possibili quanto terribili. Negli ultimi anni vengono prodotte, assieme a molta low-culture, serie tv di altissimo livello. Serie che creano domande su domande. Come The Leftovers o Pluribus, che spingono ad interrogarsi sulle nostre emozioni e reazioni più intime. O Fringe, che cerca alternative. O le più dure The man in the high castel e The Handmaid’s Tale, distopie pure che provano a dare letture e rotte diverse alle cose come stanno andando. O come sembra che stiano andando.
Silo è qualcosa di totalmente nuovo, che affonda le proprie radici nelle paure più profonde. Paura di un annientamento totale, della cancellazione di ogni futuro possibile, ma anche claustrofobia, anche incapacità di sapere chi siamo, da dove veniamo e dunque dove possiamo andare.
Inizio con i numeri. Che poi saranno anche 18. E 17. E 50. E uno.
Ma si comincia da altri numeri. Centoquarantaquattro livelli sotto terra. Diecimila persone che non hanno mai visto il cielo, che credono che fuori ci sia solo morte, che hanno imparato a non fare domande. Silo parte da questa immagine e non la lascia più. Inizia a far riflettere su quella che è diventata la nostra incapacità di farci delle domande, di pretendere risposte. Come se l’ordine precostituito, “il patto” non potessero essere messi in discussione. Vi ricorda qualcosa?
La serie è tratta dalla trilogia di romanzi di Hugh Howey, pubblicata a partire dal 2012, e porta quel mondo sotterraneo sullo schermo in un modo tanto impattante quanto claustrofobico. Il silo non è uno sfondo: è un personaggio. O meglio: è il personaggio chiave.
Ogni livello ha la propria luce, la propria aria, la propria gerarchia sociale. Chi vive in alto ha finestre e luce artificiale. Chi vive in basso ha il buio e la meccanica. È una metafora sulla disuguaglianza scritta nella struttura stessa dell’edificio, e Graham Yost la usa senza bisogno di spiegarla. Ci è molto chiara, da secoli.
Rebecca Ferguson è Juliette Nichols, ingegnera meccanica che comincia a fare domande, vestendo quella curiosità con una fisicità silenziosa, ostinata. Non è un’eroina da manuale: semplicemente capisce come funzionano le cose, e se qualcosa non torna non riesce a smettere di cercarne il motivo. È un tipo di protagonismo raro, che tiene in piedi la serie anche quando scrittura e ritmo rallentano.
Le prime due stagioni costruiscono il mondo e il mistero con precisione. La prima è perfetta nel suo impianto: introduce le regole, poi le frattura, lasciando lo spettatore sospeso in quel mondo sotterraneo così reale. La seconda espande la storia oltre i confini del silo originale, aprendo a nuovi recinti: quella che sembrava l’unica realtà si scompone in altre realtà quasi identiche. Una storia che si ripete e si ripete, con domande sempre più urgenti e sempre più irrisolte.
Si presentano e vanno via veloci, una dopo l’altra. Fino ad arrivare alla terza stagione, che introduce nuovi elementi. Ed un’unica, incessante domanda: perché?
A qualcuno non è piaciuta la struttura: la stagione alterna una linea temporale presente a una del passato, introducendo nuovi personaggi e dedicando gran parte degli episodi alla preparazione del terreno per il finale. Una stagione di transizione necessaria, dicono alcuni critici, più ambiziosa delle precedenti nel voler dare alla storia una dimensione storica e politica più ampia.
A me è piaciuta ancora più delle altre: puntata dopo puntata è diventato più chiaro l’intreccio, fino all’esplosione finale (e non solo in senso metaforico). Alla fine un po’ di rabbia arriva: sarà difficile attendere fino a luglio 2027 per capire come si chiuderà l’intera impalcatura. Certo è una serie importante, fatta davvero bene, da non perdere. Ma forse vi consiglio, se come me siete affetti dal binge-watching, di aspettare ancora: guardare tutte e 4 le stagioni una dietro l’altra deve essere un’esperienza incredibile. Perché sì, sono convinta che la chiusura non mi deluderà.




