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il primo rapporto sui futuri del Mezzogiorno

il primo rapporto sui futuri del Mezzogiorno

L’IDEA

La complessità del mondo contemporaneo e il corrispondente aumento dei livelli di incertezza richiedono nuovi strumenti strategici sia per le realtà più evolute che per quelle più svantaggiate. In quest’ottica la Fondazione Magna Grecia ha pensato allo sviluppo e alla creazione di un “Osservatorio sperimentale sui Futuri del  Mezzogiorno”.
Questo Osservatorio adotterà un’impostazione anticipante, approccio metodologico fornito dagli Studi sui Futuri e dalla Teoria dell’Anticipazione di cui è uno dei massimi esponenti il professor Roberto Poli, prima cattedra UNESCO sui Sistemi Anticipanti (Università di Trento), e che viene implementato nella realtà da -skopìa S.r.l., start-up dell’Università di Trento di cui è Presidente lo stesso professor Poli.
L’Osservatorio sulle competenze di futuro (futures literacy) della Magna Grecia e del Mezzogiorno è il luogo di ricerca e di ulteriore sperimentazione dove si raccoglieranno le esperienze, le sollecitazioni e i risultati dell’applicazione – per la prima volta al mondo – degli Indici di futuro attraverso esercizi di futuro svolti sul campo.

Il compito principale dell’Osservatorio è dare continuità alla sperimentazione e all’individuazione di quei “campioni di anticipazione” e di quelle buone pratiche orientate al futuro che possano servire come piattaforme di rilancio non solo dei territori, del loro buon governo e del loro sviluppo, ma anche di riattivazione e aggiornamento del portato di idee, conoscenza e lungimiranza che viene dall’eredità della Magna Grecia.
Il progetto di ricerca sperimentale della primavera-estate 2019, come prima attività sul campo, si è inserito in questo quadro di indagini applicate strategiche con l’obiettivo di: mappare l’attuale “preparazione al futuro” delle terre del Mezzogiorno, fornire attraverso “esercizi di futuro” complessi una nuova concezione di sviluppo possibile del Sud Italia e suggerire alcune prime indicazioni strategiche.

PERCHÉ

Una constatazione: il futuro non risolve i problemi del passato né quelli del presente, se sono gli stessi del passato che hanno assunto una connotazione patologica. E questo vale soprattutto se ci si affida alla banale equazione “futuro = miglioramento” con aspettative irrealistiche che non tengano conto del punto di partenza (e del portato storico) in cui superficialmente si crede che la “malattia” del presente, che viene dal passato, si trasformerà motu proprio in guarigione. Certo, se si è malati, prima si deve guarire e solo dopo si possono abbracciare gli amici. Questa è senza dubbio la condizione quanto meno di alcune delle regioni meridionali, sicuramente di Calabria e Sicilia. Ma esorcizzando la malattia in un futuro indistinto che “sicuramente” porterà il risanamento, i sintomi non cominciano a sparire e men che meno le cause.
Immaginare ovvero esplorare con i metodi scientificamente solidi dell’Anticipazione i futuri desiderabili e realistici del territorio a vent’anni porta ad una diversa consapevolezza di quello che c’è da fare a partire dalla realtà del presente, porta a selezionare le priorità tra le tante variabili di incertezza e quindi a impostare azioni a partire da oggi. Per “generare” proprio quei futuri desiderabili e realistici indagati e rendere meno probabili i futuri distopici che si delineano all’orizzonte del Mezzogiorno, provocando giustamente allarme ma offuscando anche la capacità di aspirare.

COME

Questa prima attività di ricerca sperimentale si è svolta soprattutto attraverso esercizi di futuro, interviste strategiche e visite in azienda. I principali ambiti su cui intervenire emersi dai focus group e dagli intervistati sono:

  • qualità delle istituzioni, soprattutto amministrative, qualità della classe dirigente delle amministrazioni, responsabilità della politica
  • unicità e cura del territorio anche inteso come patrimonio di risorse da “usare” in un’ottica di sostenibilità
  • questione culturale: educazione, formazione e reti sociali=> necessità di una “rivoluzione culturale”
  • spopolamento ed emigrazioni: da problema ad opportunità
  • identità locale e attitudini.

L’esercizio di futuro complesso utilizzato è stato improntato sul tema: «Il Mezzogiorno (la Calabria/la Sicilia) ha raggiunto nel 2040 un elevato grado di benessere (sociale ed economico), è prospero e ha un suo ruolo geopolitico nel Mediterraneo».
L’ambizione degli esercizi di futuro complessi è guadagnare una consapevolezza più informata e solida su quello che potrà accadere e, su queste acquisizioni, abbozzare piani di azione a partire dal presente.

PRIMI RISULTATI, SCENARI, INDICAZIONI STRATEGICHE

La percezione e constatazione più evidente che emerge su tutti i temi è il fallimento della gestione politica e amministrativa degli affari regionali che dovrà necessariamente passare dal ridimensionamento dell’apparato amministrativo regionale, pervaso inguaribilmente da abusi d’ufficio e collusione.
Con politiche d’urto: ad esempio sono in molti a chiedere in Calabria di togliere la sanità dal controllo politico locale, di “commissariare” il governo della salute per riconsegnarlo, quanto meno in via provvisoria, al controllo dello Stato per ricostruire un minimo di efficienza e di strutture.
Una riorganizzazione generale di tutto l’apparato decisionale, che deve dotarsi anche di appositi strumenti analitici e di modellizzazione e ripartire da una conoscenza scientifica del territorio e delle sue necessità, ma anche con misure draconiane. La metafora è: il vecchio deve morire per far posto al nuovo, che è un modo per affermare che il cambiamento non può avvenire senza “spargimento di sangue”.
Giustificato o no che sia il pregiudizio verso il mondo impiegatizio pubblico, lo abbiamo incontrato in modo diffuso, radicato e addirittura rabbioso nelle persone sia a Reggio Calabria che a Palermo. Al punto da superare quella ormai proverbiale “rassegnazione” che si è fatta invece “rancore”. Verso quella burocrazia kafkiana che pratica un’assurda incomprensione del “servizio” dovuto ai cittadini e dell’idea di “buon governo”.
Le questioni sono profonde e complesse: da un lato abbiamo sistemi amministrativi per lo più sovradimensionati – caso eclatante quello della Regione siciliana – che hanno meccanismi perversi e quasi invincibili per cui anche le giovani generazioni di dipendenti vengono fagocitate dal sistema, indottrinate e allineate in breve tempo a comportamenti e a processi che non percepiscono il mutare dei tempi e delle tecnologie. Oppure modalità improprie di “spoils system” o di alternanza, governate da logiche elettorali o dalla paura dell’infiltrazione del malaffare e della corruzione, che impongono la rotazione di dirigenti e funzionari a prescindere dalle competenze acquisite. Dall’altro vi è l’analfabetismo funzionale che vanifica la fortissima necessità di garantire che le competenze giuste siano allocate nei giusti ambiti amministrativi e gestionali. 
Tutto questo porta ad una conclusione: ci vuole un’immediata discontinuità. I mezzi e le strategie devono essere probabilmente ancora scritte, ma la popolazione interessata chiede a gran voce, in controtendenza rispetto alla politica, misure come la sospensione di alcune prerogative regionali oppure il ripensamento radicale di un’autonomia di potere mal gestita o sprecata negli ultimi decenni.
La questione più generale riguarda però tutti i cittadini e una mentalità endemica che necessita letteralmente di una rieducazione civica in tutti i settori. Al malcostume del fare e disfare si deve imporre un principio di salvaguardia della cosa pubblica, l’idea prima di tutto di mettere ordine in casa. E questo fa parte di una auspicata “rivoluzione culturale”.
La consapevolezza della propria condizione, il passaggio dalla non conoscenza alla conoscenza, è la fase che deve essere attraversata per far aprire le persone e le comunità ai futuri. Cominciando dalle giovani generazioni, quelle che ancora non percepiscono l’esigenza di abbandonare la terra dei genitori e dei progenitori: si fa un investimento su di loro e attraverso loro anche sulle opportunità di riscatto e di cambiamento delle comunità. La buona riuscita del loro “demone”, la comprensione della loro vocazione è un prerequisito per poter dispiegare poi i propri talenti senza seguire modelli altrui e per affrontare le sfide (e le avversità) con un diverso atteggiamento proattivo (ho sempre pronto un piano alternativo). Quell’atteggiamento che può tra l’altro permettere loro di “resistere” nella loro terra, che appare come un ambiente ostile per condizioni naturali o per come la hanno trasformata le generazioni precedenti.
Rivoluzione di medio termine più facile proprio con le giovani generazioni, ma molto più ardua per chi – per riprendere la metafora della malattia – si è “intossicato” e/o magari ha contribuito a creare le condizioni di insalubrità del luogo e che ha meno energie ed elasticità mentale per uscire da una condizione ormai patologica. Recuperare la stima in se stessi e la capacità di reagire è lo stadio zero per uscire dalla malattia, potersi concedere il lusso di pensare ai futuri sul medio e lungo periodo. Per non farsi cadere addosso le cose, per non continuare a ripetere “si è sempre fatto così” o a sopravvivere alla giornata, come dice il cantastorie, “campando d’aria”.
La capacità di aspirare è inegualmente distribuita e la sua distribuzione asimmetrica è una caratteristica fondamentale della povertà: bisogna cogliere l’importanza del futuro come strumento di emancipazione. Gli orientamenti “attivi” usano intenzionalmente il futuro nei processi decisionali, non solo in una logica di costi-benefici che presuppone una situazione di stabilità, di futuri predeterminati, perché il domani è aperto e presenta sempre “sorprese”.
La percezione ossessiva del presente è uno dei maggiori condizionamenti cognitivi nell’approccio al futuro perché inibisce potentemente la capacità di aspirare ai e di immaginare i futuri. Ci siamo posti allora la questione di confrontare quanto la realtà percepita potesse coincidere con la realtà “rilevata” ad esempio con i metodi classici della demografia. A questo scopo abbiamo usato il pattern di indicatori del Benessere Equo e Sostenibile in Italia (il riferimento è al sesto rapporto, pubblicato dall’ISTAT nel dicembre 2018), cioè l’attenzione alle misure del benessere, che è ormai una realtà in almeno due terzi dei Paesi dell’Unione Europea. E il confronto ha in gran parte mostrato coincidenze.
Alcuni interlocutori in Sicilia ci hanno raccontato che dal loro punto di vista o dal loro osservatorio personale percepiscono da alcuni anni che si sarebbe passati dalla classica bipartizione delle differenze Nord-Sud a una tripartizione Nord-Sud-Sicilia, con la Sicilia che arrancherebbe anche rispetto al territorio delle altre Regioni meridionali. In effetti questa affermazione ha trovato riscontro proprio durante l’esercizio di futuro svolto a Palermo nel luglio scorso in cui abbiamo registrato una notevole rabbia repressa e frustrazione assieme ad una necessità di sfogare il proprio rammarico, dolore e a volte quasi disperazione per le condizioni di lavoro, per le condizioni di vita della gente, soprattutto della “gente povera” che è tanta e continua ad aumentare, per il degrado che non è solo ambientale, sociale ma è anche etico, morale cioè individuale. Abbiamo notato la fatica a staccarsi dal presente, il futuro è stato in maggioranza percepito come un tempo in cui i problemi di oggi “cominciano” ad avere una soluzione.
Almeno in tre Indici Compositi la situazione della Sicilia appare in effetti peggiore di quella della Calabria; questi indici fotografano appunto una realtà che sembra scivolare pericolosamente verso zone di diffusa indigenza e malessere sociale: sono le Condizioni Economiche Minime, l’Istruzione e Formazione e la Soddisfazione per la Vita. Questi domini non giustificano da soli una percezione della realtà come quella rilevata, ma certamente aggravano il quadro fosco delineato rispetto alla media nazionale e addirittura del Mezzogiorno dagli Indici Compositi relativi a Occupazione, Qualità del lavoro, Reddito e Disuguaglianza e Relazioni Sociali.
Ulteriore punto di coincidenza è la “non cura” del territorio ovvero il suo sostanziale stato di abbandono e la messa in pericolo delle sue risorse, che tutti individuano come la vera ricchezza delle due Regioni. Il relativo Indice composito (Paesaggio e Patrimonio Culturale) mostra un andamento pressoché identico: profondo rosso.
Naturalmente la questione del lavoro, la costante preoccupazione negli ultimi decenni, rimane un enorme interrogativo anche per il futuro. Ma in controluce rispetto alle tendenze regionali e ai megatrend nazionali potrebbe essere letta in modo nuovo.
La scomparsa del ceto medio è una tendenza. Ma su quale orizzonte temporale? L’Intelligenza Artificiale è probabilmente un autentico megatrend. Ma in che termini? L’ulteriore diminuzione a livello globale delle ore di lavoro è molto probabile. Ma in quale organizzazione del lavoro?
Il rapporto sull’attività sperimentale approfondisce proprie alcuni aspetti delle tematiche del lavoro del futuro e azzarda alcune proiezioni: in astratto il Mezzogiorno potrebbe approfittare del cambiamento epocale in questa lunga fase di transizione introducendo, grazie anche all’autonomia legislativa, norme e “piccole rivoluzioni” che consentano di ovviare ad esempio all’arretramento tecnologico, “saltando” livelli superati e indirizzandosi, proprio a partire dalla pubblica amministrazione, verso una digitalizzazione spinta che faccia compiere ai territori un rapido “aggiornamento”.
L’invecchiamento della popolazione è un altro megatrend di portata mondiale in cui l’Italia condivide un primato con Germania e Giappone. Tuttavia affrontare l’invecchiamento solo nell’ottica di un “grande problema” da risolvere non è l’atteggiamento giusto per trasformarlo in opportunità di cambiamento e progresso. Certo, se considerato in collegamento anche a fenomeni critici soprattutto nel Meridione come lo spopolamento, è facile cadere nella tentazione di considerarlo anche sul medio-lungo periodo come un ostacolo insormontabile.
Il rapporto sull’attività sperimentale mostra invece che, mettendo l’invecchiamento in una luce diversa, a cominciare da nuovi concetti che qualifichino in modo diverso l’invecchiare, si può giungere a conclusioni inaspettate per l’evoluzione dei prossimi decenni. Il riferimento è a concetti quali l’“età prospettiva” (quanti anni restano da vivere in buona salute), la “salute percepita” e l’“età equivalente”. Quest’ultima è avanzata di oltre 7 anni per gli uomini e di oltre 11 per le donne con un ritmo di 2 mesi all’anno. Nel 2050 (previsioni Istat) si arriverà rispettivamente a 79 e 84 anni di età per avere la stessa situazione in termini di sopravvivenza dei 65 anni di inizio Novecento.
Il passaggio a un’assistenza sanitaria basata sul valore potrebbe essere un modo innovativo per ottenere risultati importanti sia per i singoli pazienti che per l’intera comunità di riferimento. È evidente che, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, tutto questo possa apparire un “miraggio” laddove i livelli di assistenza sanitaria non raggiungono un grado di copertura e qualità paragonabile ad altre Regioni italiane. I concetti fondamentali in questo ambito sono quello di mortalità evitabile e anni di buona salute persi; il trend attuale è negativo, soprattutto in Sicilia e in altre aree del Mezzogiorno.
Nel panorama di un territorio che invecchia e che lamenta inoltre la “perdita” in percentuali elevate di intere generazioni a causa dell’emigrazione alla ricerca di occasioni e di lavoro come in Calabria e Sicilia, il saldo demografico può rappresentare una criticità pericolosa. Non si tratta però di un megatrend, ovvero di un destino già scritto, di una situazione irreversibile. La parola passa ai decisori (privati e pubblici) che hanno le leve per far succedere le cose, ma devono farlo a partire da oggi.
Se il territorio del Mezzogiorno, inteso come risorsa ambientale, manterrà nei prossimi 20 anni le sue caratteristiche uniche e distintive e sarà, ad esempio, in grado di resistere ai cambiamenti climatici con i rischi di avanzamento della desertificazione e della carenza di acqua, allora continuerà ad essere attrattivo come patrimonio naturale e di risorse a partire dal settore primario, con terre generose che consentiranno di continuare a fornire cibo e altri prodotti naturali. In questa ipotesi è evidente che gli spazi lasciati liberi da una popolazione autoctona in declino potrebbero essere occupati da altri “nuovi residenti”, siano essi migranti dal Sud del mondo o dal Nord dell’Europa e dell’Italia (ad esempio pensionati che fanno una scelta di vita) o da altri mondi. In fondo nulla di molto diverso da quanto è accaduto nella storia millenaria del Mezzogiorno, fatta di invasioni, conquiste, accoglienza, commistione di genti e di culture.
La rivoluzione culturale più volte invocata nell’esercizio di futuro non riguarda solo l’educazione ovvero la formazione delle giovani generazioni. Più in generale coinvolge il recupero dell’identità locale e molto concretamente interessa anche la percezione, la gestione e il rispetto del territorio inteso come risorsa da non dilapidare, ma come patrimonio da sfruttare in modo sostenibile.
Questo implica che si riesca a far sviluppare la “capacità di cura”, un’attitudine che si indirizza verso le persone, le comunità, ma anche i beni, soprattutto intesi come beni pubblici. L’apertura di nuovi spazi di azione richiede lo sviluppo di un’attitudine di cura e fiducia reciproca. Sospetto, invidia, maldicenza e altre attitudini psicologiche minano alle basi la possibilità di costruire un migliore contesto sociale. Sviluppare la capacità di cura, non solo delle persone fra di loro ma anche nei confronti dell’ambiente e della “cosa pubblica”, è la precondizione necessaria per reimparare ad aspirare. Così ogni progetto orientato al futuro diventa sostanzialmente un progetto di trasformazione sociale, ma è fondamentale coinvolgere l’intero complesso degli stakeholder.
Sempre di stretta attualità sono i ripetuti richiami e appelli a favore di provvedimenti legislativi “speciali” a sostegno, per il rilancio o per la coesione sociale nel Mezzogiorno. Eppure i risultati di decenni di tentativi sono lì a mostrare che la cosa non pare funzionare. Il fallimento delle politiche di sviluppo territoriale è però da ricondurre in gran parte alle condizioni locali o alle modalità di attuazione locale o in ogni caso ad un mancato allineamento e coordinamento tra il livello locale e quello centrale.
Le cause locali di insuccesso sono soprattutto: comportamenti irrispettosi del bene comune che nascono da convenienze economiche; scarsa competenza e informazione dei decisori; bassa qualità (amministrativa) delle istituzioni; bassa qualità del capitale sociale (intesa come esposizione agli appetiti dei “predatori” economici e sociali, comportamenti sociali acivici o eticamente non sostenibili); difficoltà dei progetti a raggiungere la massa critica per scatenare l’effetto di ridondanza e creare indotto economico e sociale; prevalenza degli aspetti legali e amministrativi sugli aspetti concreti.
Vi è inoltre il problema dell'”assuefazione”.
Diciamo che il freddo ragionamento degli economisti basato esclusivamente su dati econometrici, per evitare questi aspetti negativi, vorrebbe indirizzare il discorso su pratiche di progettazione politica basate su analisi preliminari scientificamente robuste (che facciano magari uso dei big data e dell’intelligenza artificiale). Insomma, un’idea di politica “scientificamente basata”.  E tuttavia i sistemi sociali che sostengono e si affiancano ai sistemi economici sono raramente sistemi chiusi per i quali si possano utilizzare estrapolazioni dai dati del passato per prevedere opzioni future. Il futuro purtroppo non ci manda (ancora) dati e i sistemi complessi come sono quelli sociali possono essere interpretati nella loro evoluzione futura solo attingendo a metodi che rendano giustizia a questa complessità e che esplorino i futuri con strumenti qualitativi, metodologicamente solidi, come quelli degli Studi sui Futuri.
Se portiamo questa osservazione nell’ambito delle priorità segnalate nel progetto sperimentale, ne deriva già un’indicazione di opportunità e sensatezza per investimenti nell’ambito delle infrastrutture. Se poi si cerca di ovviare alla questione più sopra ricordata della qualità (critica) delle istituzioni, le misure a favore delle infrastrutture dovrebbero essere prese e attuate, come si è visto più sopra, esautorando in tutto o in parte le amministrazioni locali o meglio interponendo un livello di management dei progetti che prenda le decisioni dialogando con il territorio e le sue istituzioni, ma che possa risolvere le controversie amministrative-legali con un accesso diretto ad altri livelli più elevati.
Le realizzazioni delle infrastrutture dovrebbero essere mirate non solo a risolvere i problemi storici, ad esempio nell’ambito dei trasporti, ma piuttosto a connettere quei punti di eccellenza con un cospicuo potenziale di futuro tra loro e con interfaccia più rapide verso i propri mercati di riferimento interni e globali.
Le misure di realizzazione tecnica dovrebbero essere però al contempo accompagnate da azioni che tendano a elevare la qualità delle istituzioni e la qualità del capitale sociale. Il loro miglioramento si inscrive in quella “rivoluzione culturale” di cui si è detto, che non è fatta probabilmente di progetti faraonici, ma piuttosto di attività piccole e diffuse volte a creare un clima di fiducia attraverso la comunicazione, di esempi da emulare, di positività pragmatica nei comportamenti.
Non è detto che la priorità vada attribuita solo a quei progetti che attendono da anni soluzione o che sono percepiti come indispensabili; forse varrebbe la pena cercare di creare accessi (fisici e non) alle infrastrutture intermedie (porti, nodi logistici, connessioni a portali, marketplace, soluzioni IT e di intelligenza artificiale, ecc.) per aree contigue oppure collegando tra loro centri, aziende, organizzazioni di eccellenza in modo che attraverso le infrastrutture non si cerchi solo l’effetto volano di tipo economico, ma si favorisca anche la creazione di ecosistemi che si autosostengano (a loro volta attraverso una buona comunicazione) e servano da esempi di emulazione. Alcune di queste eccellenze le abbiamo incontrate, anche se appaiono isolate nel contesto geografico del loro operare.
Questione cruciale rimane insomma quella di aumentare l’attrattività delle regioni del Mezzogiorno in tutte le direzioni. In questo senso volutamente si è lasciato in fondo il tema della malavita organizzata. Certo con le mafie non bisogna mollare la presa, perché tra l’altro è un fattore che abbassa manifestamente l’attrattività: è limitante per chi vive in Calabria ma anche per chi vi vorrebbe venire ed è condizionato dal timore. Quindi il contrasto deve rimanere forte per consentire di smantellare una realtà che si sente antagonista dello stato di diritto all’interno della comunità. Tuttavia i giovani imprenditori non percepiscono la criminalità come uno dei problemi immediati della loro attività – e questo è in prospettiva futura una constatazione più che promettente – e provano anzi un certo fastidio per l’uso opportunistico che a volte viene fatto del fenomeno come scusa per giustificare inefficienze e incapacità del territorio che stanno altrove. Quando le aziende danno da vivere a più famiglie nella comunità in cui operano, le mafie non fanno loro concorrenza.