Il presidente telefona a Infantino, salva Balogun dalla squalifica e si intesta il “miracolo”: il Belgio gliene rifila quattro e affossa gli Stati Uniti agli ottavi, in casa propria. Lukaku la chiude ballando la Trump dance
Gli Stati Uniti sono fuori dal Mondiale che organizzano in casa, travolti 4-1 dal Belgio agli ottavi di finale: per Trump è un autogol. Doppietta di De Ketelaere, gol di Vanaken e la firma finale di Lukaku, che festeggia il poker ballando davanti al pubblico di Seattle una sfrontata “Trump dance”. Balogun, il centravanti per cui si era mosso personalmente il presidente Usa nei giorni precedenti, resta murato dalla difesa belga e chiude la serata senza lasciare traccia. Terzo Paese ospitante a saltare già agli ottavi dopo Messico e Canada: la Casa Bianca aveva scommesso sul pallone, e il pallone ha risposto con gli interessi.
L’autogol di Trump e la grazia di Stato
Il contesto in cui arriva questa débâcle è quello che l’ha resa un caso politico prima ancora che sportivo. Balogun era stato espulso con rosso diretto nel turno precedente contro la Bosnia, con squalifica automatica prevista proprio per la sfida col Belgio. Nei giorni successivi Donald Trump ha telefonato a Gianni Infantino per chiedere una revisione della sanzione — lo confermano concordemente New York Times, Ap e Afp, e lo stesso Trump lo ammette senza problemi allo Studio Ovale, definendo l’arbitro “sospetto” e il cartellino “non un fallo”.
La Commissione Disciplinare Fifa, applicando un articolo del proprio codice mai usato prima in queste circostanze, sospende la squalifica: Balogun può giocare. Il presidente ringrazia su Truth Social per la “grande ingiustizia” riparata e arriva a paragonare l’eventuale assenza del suo bomber a un’elezione truccata.
L’autogol di Trump: Infantino si arrampica, il Belgio protesta
Infantino prova la via di mezzo: ammette la telefonata, ma rivendica l’indipendenza degli organi giudiziari Fifa, come se le due cose potessero convivere senza attrito nella percezione pubblica. Il Belgio non la beve: parla di decisione “sbalordita” e in contraddizione col proprio regolamento, presenta ricorso e si vede rispondere che non ha titolo per impugnarlo, non essendo parte del procedimento. Il ct Rudi Garcia liquida la vicenda con una battuta sul pesce d’aprile fuori stagione, Courtois parla di tempismo “sorprendente”.
L’autogol di Trump: un copione già scritto
Il caso Balogun non nasce dal nulla: si innesta su un rapporto Infantino-Trump costruito da anni, fatto di gesti reciproci sempre più espliciti. C’è la partecipazione del presidente Fifa al comizio d’insediamento del tycoon, salutato come un “incredibile onore”. Poi c’è il Fifa Peace Prize consegnato a Trump lo scorso dicembre, che Canada e Messico — co-organizzatori dello stesso torneo — avevano contestato formalmente. C’è persino un ufficio di rappresentanza Fifa aperto dentro la Trump Tower di New York.
E c’è, non ultimo, il precedente Ronaldo: una squalifica già ridotta con lo stesso articolo 27 prima dell’inizio del torneo, che aveva sollevato critiche analoghe senza però la variabile esplosiva di una telefonata presidenziale a partita quasi in corso. Il caso Balogun aggiunge semplicemente il tassello mancante: la prova che la cortesia tra i due leader può tradursi in un provvedimento disciplinare a orologeria, proprio nella settimana in cui la squadra di casa rischiava l’eliminazione.
L’autogol di Trump: il conto lo paga il campo
Qui sta il punto, ed è tutto politico: si può telefonare a un presidente Fifa, si può ottenere una sospensione mai concessa prima, si può persino vincere sui tecnicismi procedurali contro il ricorso avversario. Non si può telefonare al campo. Balogun in campo c’è stato, grazie all’intervento della Casa Bianca; il risultato lo ha certificato comunque il Belgio, senza che nessuna commissione disciplinare potesse sospenderlo.
È la differenza fra il potere di piegare una regola e l’incapacità strutturale di piegare novanta minuti di gioco: la prima cosa Trump l’ha ottenuta, la seconda no, ed è proprio questo scarto a rendere la vicenda un autogol da manuale — annunciato come trionfo, certificato come figuraccia, con tanto di coreografia sarcastica di Lukaku a futura memoria.
L’autogol di Trump: quanto regge un impianto che si dichiara indipendente?
Resta una domanda che vale più del singolo episodio: quanto ancora regge un impianto disciplinare che si dichiara indipendente e poi si muove, guarda caso, sempre nella stessa direzione delle telefonate giuste? Non è la prima volta che la Fifa di Infantino incassa accuse di piegarsi al potere di turno — dal Qatar 2022, con le polemiche sui diritti dei lavoratori migranti e uno stravolgimento del calendario internazionale pur di giocare in inverno, fino all’assegnazione del Mondiale 2034 all’Arabia Saudita, bollata da Amnesty International come un regalo politico più che una scelta tecnica.
Ci sono di mezzo anche le pause idratazione introdotte in questo torneo persino con temperature miti, che più di un osservatore ha letto come un espediente per moltiplicare gli stacchi pubblicitari, e i prezzi dei biglietti lievitati nonostante le promesse di un Mondiale “popolare”. Un contesto in cui la gestione dei visti d’ingresso ha già creato attriti — tifosi di diversi Paesi respinti alle frontiere americane, un arbitro internazionale bloccato nonostante fosse in regola — mentre la comunicazione ufficiale continuava a parlare di torneo inclusivo.
L’autogol di Trump e un capitolo già pieno di pagine simili
Il caso Balogun aggiunge un capitolo a un libro già pieno di pagine simili, con l’unica differenza che stavolta il potere politico coinvolto ha voluto intestarsi pubblicamente il merito prima ancora che arrivasse il conto. E il conto, puntuale, è arrivato: 4-1, eliminazione, ballo di scherno sotto gli occhi del mondo.
Trump, che pure si prepara a consegnare di persona la Coppa del Mondo ai vincitori della finale del 19 luglio, ha scoperto sulla propria pelle calcistica quello che la politica fatica sempre ad accettare: si può comprare, o quantomeno influenzare, quasi tutto. Il risultato di una partita, no. Il calcio, quando meno te lo aspetti, resta l’unico giudice che non risponde al telefono — e stavolta ha emesso una sentenza netta, senza appello e senza bisogno di alcun articolo 27.



