Dall’economia alla guerra in Iran, cresce il malcontento che attraversa anche gli Stati repubblicani. Se i sondaggi si confermassero, la Casa Bianca perderebbe il controllo del Congresso. Ma non il potere
Infine è arrivato anche questo martedì 3 novembre, il giorno del Midterm 2026 a cui tutti guardiamo con apprensione. Gli americani votano per rinnovare la Camera, un terzo del Senato e numerosi incarichi statali. Sono elezioni di metà mandato, lo abbiamo scritto, letto e ripetuto mille volte. Non è un voto sulla presidenza. Eppure Donald Trump le ha trasformate in un referendum sul proprio governo: ha chiesto ai suoi sostenitori di comportarsi come se fosse anche lui sulla scheda elettorale. È un modo per personalizzare il risultato, ma anche per assumersene il rischio.
L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos, condotto tra il 29 ottobre e il 2 novembre, assegna a Trump un indice di approvazione del 32%. Nel voto generico per il Congresso, il 52% degli elettori probabili sceglierebbe un candidato democratico, contro il 44% orientato sui repubblicani. Numeri nazionali, che non anticipano automaticamente la distribuzione dei seggi. Ma raccontano un clima difficile per la Casa Bianca.
Il malcontento ha una ragione molto concreta: il costo della vita. La guerra con l’Iran e l’aumento dei prezzi dei carburanti hanno aggravato le preoccupazioni economiche. Secondo un sondaggio AP-NORC, circa otto elettori su dieci indicano economia e costo della vita tra le questioni principali. Anche tra i repubblicani cresce la distanza tra le promesse del presidente e la percezione della vita quotidiana.
Un viaggio nell’America che vota
Guardando agli Stati che nel 2024 avevano scelto Trump con margini consistenti c’è davvero da aspettarsi di tutto. In Texas, dove il presidente aveva vinto con quasi quattordici punti di vantaggio, il democratico James Talarico contende il seggio al repubblicano Ken Paxton. La corsa è diventata competitiva, nonostante il peso della macchina repubblicana e gli ingenti investimenti a sostegno del candidato conservatore. Per i democratici, anche solo rendere contendibile il Texas sarebbe un risultato politico rilevante.
In Kansas, altro Stato tradizionalmente repubblicano, Adam Hamilton è in corsa contro il senatore Roger Marshall. Il vantaggio attribuito al democratico da alcuni sondaggi è contenuto, ma il fatto stesso che la competizione sia aperta segnala un cambiamento. Anche qui il voto nazionale si intreccia con le questioni locali e con la valutazione dell’amministrazione.
In Iowa, dove Trump aveva prevalso con tredici punti nel 2024, la campagna repubblicana deve fare i conti con il malessere degli agricoltori e con il peso dei dazi e dei rincari. La democratica Josh Turek sfida Ashley Hinson. In Ohio, Sherrod Brown tenta di tornare al Senato contro Jon Husted. La frustrazione per i prezzi e per la guerra in Iran è entrata anche in questa competizione.
Più a nord, nel Maine, Susan Collins cerca la riconferma contro il democratico Troy Jackson. Il costo del riscaldamento domestico è diventato uno dei temi centrali della campagna: in uno Stato dove l’inverno incide direttamente sui bilanci familiari, le bollette sono una questione politica. In Alaska, Mary Peltola sfida il repubblicano Dan Sullivan in una corsa che i sondaggi hanno reso incerta. Anche qui, uno Stato conquistato da Trump nel 2024 non appare più al riparo dalla competizione.
La partita è aperta anche in North Carolina, dove il democratico Roy Cooper affronta Michael Whatley, sostenuto da Trump. In Georgia, il repubblicano Mike Collins cerca di contrastare il senatore democratico Jon Ossoff, mentre in Michigan il confronto tra Abdul El-Sayed e Mike Rogers è attraversato da divisioni interne ai democratici e da polemiche identitarie.
Un’America diventata improvvisamente democratica? No: semplimente un’America dove una parte degli elettori sembra voler separare il giudizio sul presidente dalle appartenenze politiche tradizionali. E dove il consenso del 2024 non appare più una delega valida senza condizioni. Resta, naturalmente, un margine di incertezza: i sondaggi possono sbagliare, l’affluenza può modificare gli equilibri e le competizioni locali non si lasciano ridurre a un’unica tendenza nazionale.
Se Trump perde, che cosa succede?
Immaginiamo che le rilevazioni siano corrette, che i democratici conquistino la Camera e, magari, anche il Senato. Trump non lascerebbe la Casa Bianca. Non sarebbe una sfiducia parlamentare: negli Stati Uniti il presidente resta in carica fino alla fine del mandato, anche quando il Congresso passa all’opposizione.
Cambierebbe però il suo margine di manovra. Con la Camera ai democratici, l’opposizione controllerebbe le commissioni parlamentari e potrebbe avviare indagini sull’amministrazione, convocare funzionari e chiedere documenti. Potrebbe anche avviare una procedura di impeachment, che però richiede una maggioranza dei due terzi al Senato per arrivare alla rimozione. Un esito tutt’altro che automatico.
Se i democratici conquistassero anche il Senato, avrebbero inoltre il potere di bloccare o rallentare le nomine presidenziali, comprese quelle dei giudici federali e dei membri dell’amministrazione. Il presidente conserverebbe il veto e ampi poteri esecutivi, soprattutto su immigrazione, dazi e politica estera. Ma dovrebbe governare con un Congresso ostile, negoziare il bilancio e affrontare un’opposizione dotata di strumenti istituzionali per controllarne le decisioni.
La conseguenza più delicata potrebbe riguardare il Partito repubblicano. Una sconfitta aprirebbe una discussione sulla fedeltà a Trump, sulle responsabilità dei candidati che hanno legato la propria campagna alla Casa Bianca e sulla successione in vista delle presidenziali del 2028. Non è detto che si produca una rottura: il presidente conserva una base elettorale solida e il partito potrebbe scegliere ancora una volta di ricompattarsi attorno a lui.
C’è poi un rischio che precede il risultato: quello di una contestazione del voto. Trump ha ripetutamente rilanciato accuse infondate di frodi elettorali. Alla vigilia delle urne, il Dipartimento di Giustizia è intervenuto in controversie sulla gestione delle elezioni in Alaska e California. La Corte Suprema ha respinto la richiesta urgente dell’amministrazione nel caso californiano. Se la sconfitta dovesse arrivare, la reazione della Casa Bianca e la capacità delle istituzioni statali di garantire il conteggio diventerebbero un banco di prova.
Il voto oltre Trump
Non è prioritario capire se i democratici conquisteranno il Congresso, ma cosa gli elettori intendono chiedere alla politica americana. I sondaggi indicano che il costo della vita resta la preoccupazione dominante, ma accanto all’economia emergono la tenuta della democrazia, la sanità, l’immigrazione e la politica estera.
La protesta contro Trump può tradursi in un voto democratico, ma non coincide necessariamente con un’adesione al programma dell’opposizione. Gli elettori possono voler frenare il presidente senza aver trovato nei democratici una risposta convincente a tutte le proprie domande.
Se i repubblicani perdessero una o entrambe le Camere, Trump si troverebbe davanti un limite politico che finora ha cercato di ridurre. Non sarebbe la fine della sua presidenza, né una cancellazione del consenso che lo ha riportato alla Casa Bianca. Sarebbe però la dimostrazione che quel consenso non è illimitato. E che, anche nell’America profondamente polarizzata, il voto può ancora modificare gli equilibri del potere.



