Il grido taciuto e il silenzio assordante della morte di Ruini

Il Progetto culturale che il cardinale Camillo Ruini consegna ai Vescovi italiani

La morte del cardinale Camillo Ruini, il 16 giugno 2026, ha chiuso una stagione. Il silenzio che l’ha accompagnata, però, un silenzio quasi assordante, non è solo quello del lutto. È il silenzio di un’eredità che la Chiesa italiana, da più di dieci anni, ha messo in un angolo, mortificandola, ingessandola, quasi rimuovendola. Quell’eredità si chiama Progetto culturale. E oggi, più che mai, il suo “grido taciuto” risuona come un appello ai Vescovi italiani: riattivate quel campo.

Perché se nell’annuario della CEI – da oltre un decennio – il “Servizio nazionale per il progetto culturale” è citato (senza nemmeno un numero di telefono) non si tratta di una svista. È il segno di una “rimozione ingiusta”. Di una scelta, quanto più consapevole tanto più “iniqua”, di lasciare che quella intuizione profetica andasse in soffitta. Eppure le questioni che il Progetto culturale aveva messo al centro – il rapporto tra fede e cultura, la sfida antropologica, la capacità del cristianesimo di fecondare il dibattito pubblico – non solo non sono diminuite, ma si sono acuite con l’avanzare della secolarizzazione.

Un progetto culturale, non una strategia politica

C’è un equivoco di fondo che ha pesato come un macigno sul Progetto culturale fin dalla sua nascita: quello di leggerlo come una mossa politica, una rivincita del cardinale Ruini sulla scomparsa della Democrazia Cristiana. Niente di più falso. Ricordo il sorriso gioioso sulle sue labbra quando – al mio primo intervento interno al gruppo di lavoro del Progetto culturale dissi: “anzitutto de-ruinizziamo il progetto”. Aveva capito e annuì. Come mi ha raccontato Papa Francesco in un dialogo personale qualche anno fa, il Progetto culturale gli era stato presentato “molto male” da quanti, pregiudizialmente, lo vedevano legato indissolubilmente alla figura di Ruini e alla sua stagione. In realtà, come ha scritto l’Agenzia SIR ricordando il cardinale, il progetto nasceva dalla convinzione che il Vangelo possedesse una forza illuminante per la cultura di un popolo e che fosse dovere dei credenti mostrare come, a partire dal Vangelo, potesse scaturire un modello di vita buona per tutti.

Ruini non cercava di ricompattare l’area cattolica in senso politico, ma sul piano culturale. Sapeva bene che la perdita di incidenza in questo campo avrebbe danneggiato irrimediabilmente la missione pastorale della Chiesa. La fede, dopo il Concilio Vaticano II, non poteva più essere intellettualistica e dottrinalistica: doveva diventare fede incarnata nell’ethos di un popolo, secondo il grande magistero di Giovanni Paolo II. E Giovanni Paolo II lo aveva detto con una formula che Ruini ha fatto sua: “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”.

Il campo di Higgs della pastorale

Il Progetto culturale, nell’intenzione programmatica e nelle sue prime esecuzioni, serviva a dare “vitalità culturale” alla pastorale ordinaria delle Chiese italiane. Era come il campo di Higgs della fisica: un campo invisibile che attraversa tutto e dà massa alle particelle che altrimenti non ne avrebbero. Senza quella “massa” culturale, la pastorale rischiava di diventare leggera, inconsistente, incapace di incidere nella vita delle persone e della società.

Per fare questo occorreva lavorare con una “teologia sapienziale” – quella che sa di carne e di popolo, come amava dire Papa Francesco – capace di allargare i confini della ragione umana. Lo aveva intuito Benedetto XVI, il vero protagonista culturale dell’era wojtyliana: non si trattava di ripiegare su un razionalismo stretto, ma di aprire la ragione alla dimensione sapienziale, cioè a quella capacità di cogliere il senso ultimo delle cose che la fede cristiana rende possibile. Lavorando indefessamente, Ruini ne fu un esecutore convinto e “obbediente”.

La doppia sfida: mediazione e traduzione

Il punto decisivo, però, è un altro. Il Progetto culturale non era pensato come un’operazione dall’alto, per “parole d’ordine” calate dai vertici. Era un processo dal basso, capace di coinvolgere tutte le componenti delle Chiese diocesane in un “discernimento comunitario”. E per farlo doveva reggere su due gambe.

Tutti hanno capito – e molti lo accettano – che si tratta di “mediazione culturale della fede”: cioè di tradurre il linguaggio della fede in categorie comprensibili alla cultura contemporanea. Tuttavia pochi vedono che nessuna vera mediazione culturale della fede può accadere senza una “traduzione credente della cultura”. È questo secondo passaggio che pastoralmente si fa fatica a declinare, semplicemente perché non lo si comprende. Non basta “parlare al mondo”: bisogna anche saper leggere il mondo con gli occhi della fede, cogliere nei segni dei tempi la presenza dello Spirito, decifrare le domande profonde che emergono persino nelle espressioni più lontane dalla Chiesa.

È qui che si attiva quella teologia sapienziale che Francesco ha ereditato dal monito di Benedetto XVI: allargare i confini della ragione umana, non per annacquarla, ma per renderla capace di accogliere il mistero.

Il grido che viene dal silenzio

Oggi il Progetto culturale è un grido taciuto. Forse però è proprio nella logica del Vangelo: se il seme non muore, non porta frutto. La sua mortificazione, il suo essere messo in un angolo, può diventare la condizione per una resurrezione. Non una resurrezione nostalgica, che rimpianga gli anni di Ruini, ma una ripresa convincente, magari sotto altro nome, dell’intuizione profonda che lo animava.

Perché la sfida che ci sta davanti è quella di una nuova umanità. Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, parla di una civiltà dell’amore che è possibile solo se la fede cristiana diventa davvero cultura. Se il Vangelo non rimane un patrimonio privato, ma si fa lievito capace di fermentare la pasta dell’umano. Se la Chiesa italiana ritrova il coraggio di pensare, di cercare, di dialogare, di incarnarsi nei processi culturali del nostro tempo.

Il grido taciuto di Ruini – il silenzio assordante della sua morte – è oggi un appello. Ai Vescovi italiani: riattivate il campo del progetto culturale. Non per nostalgia, ma per fedeltà al Vangelo. Perché una fede che non diventa cultura è una fede che muore (e questo lo sanno tutti). E una cultura che non si lascia interpellare dal Vangelo è una cultura che impazzisce (e su questo si dovrebbe riprendere con ragionevolezza critica la discussione, per il futuro dell’evangelizzazione.

Antonio Staglianò
Antonio Staglianò
PRESIDENTE DELLA PATH (PONTIFICIA ACCADEMIA DI TEOLOGIA), RETTORE DELLA CHIESA DEGLI ARTISTI DI ROMA, VESCOVO EMERITO DI NOTO

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