Le madri di Garlasco e la domanda che ha quasi 19 anni

Da madre mi chiedo come mi sarei comportata, come mi comporterei se mio figlio fosse Andrea Sempio. O Alberto Stasi, o Chiara Poggi

Mi chiedo da anni (ormai quasi 19: era il 13 agosto 2007 quando tutti iniziarono a parlare di Garlasco) cosa farei, come mi comporterei, se al posto di Andrea Sempio o di Alberto Stasi ci fosse mio figlio. La risposta che continuo a darmi mi spaventa. E mi ha portato a guardare con occhi diversi le due madri di questa storia: Rita Preda, che da diciannove anni non ha un dubbio, e Daniela Ferrari, che mercoledì ha tentato di togliersi la vita.

La stessa Daniela Ferrari è stata sotto i riflettori per lo scontrino battuto a Vigevano su cui ha ruotato per anni l’alibi di suo figlio e, ancora, per le parole di un uomo, un ex vigile del fuoco, Antonio Bugada, anche lui di Vigevano. L’uomo ha raccontato di aver avuto un rapporto intimo con la donna, ma lei lo ha pubblicamente smentito: non si trattava di una relazione, ma di innocui incontri con un conoscente. Ma il punto – relazione o no – è che la donna secondo gli inquirenti avrebbe avuto buoni motivi per recarsi a Vigevano: e, quindi, lo scontrino potrebbe essere suo, non del figlio.

C’è una domanda che mi faccio da quando il caso Garlasco è tornato, per l’ennesima volta, al centro delle cronache.
È una domanda che non ha a che fare con le impronte, le tracce di Dna, le celle telefoniche o gli orari ricostruiti al minuto. Ha a che fare con me, e con quello che farei, indipendentemente da qualunque verità processuale sarà accertata. Se mio figlio fosse interrogato per l’omicidio di una ragazza e io potessi dire una bugia capace di proteggerlo, la direi? E se quella bugia, anni dopo, rischiasse di mettermi di fronte all’opinione pubblica, costringendomi a rivelare al mondo qualcosa che riguarda la mia vita privata, il mio matrimonio, le persone che ho frequentato, sarei pronta a sostenerla fino in fondo? A freddo risponderei di no. Ma in realtà non ne sono certa, non lo so. E questo non sapere, onestamente, mi terrorizza più di qualunque verdetto.

Lo scontrino, il pompiere, e una madre che si scopre sola davanti a tutti

Daniela Ferrari ha 66 anni ed è la madre di Andrea Sempio, il quarantenne indagato per la terza volta per l’omicidio di Chiara Poggi. Il suo nome, come anticipato nella prima parte dell’articolo, è entrato nella vicenda attraverso un oggetto piccolo e banale quanto uno scontrino: il famoso ticket del parcheggio di Vigevano, stampato alle 10.18 del 13 agosto 2007, che per anni ha fornito l’alibi al figlio. Per quasi vent’anni quel pezzo di carta è stato la prova che Andrea, la mattina dell’omicidio, era altrove. Daniela Ferrari aveva spiegato che il ticket era stato trovato dal marito nell’auto e che fu lei a deciderne la conservazione, in un verbale del 2017 in cui aggiungeva anche un dettaglio sulla destinazione del figlio quella mattina, una libreria di Vigevano.

Le indagini più recenti sul caso Garlasco hanno scardinato questa narrazione. Da alcune intercettazioni ambientali è emerso che persino il padre di Andrea si sia rivolto alla moglie dicendole testualmente: “Perché comunque lo scontrino lo hai fatto tu!”, instillando negli investigatori il sospetto che il ticket possa essere un falso alibi costruito ad arte. E poi c’è la frase che, da sola, vale più di qualsiasi atto giudiziario: il 22 ottobre 2025, in un’intercettazione in auto con il marito, Daniela Ferrari avrebbe detto in lacrime: “È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino, gli ho rovinato la vita all’Andrea… Ho rovinato io la vita”.

Dietro quello scontrino, gli inquirenti hanno scoperto qualcosa di più complicato di un semplice favore materno. Daniela Ferrari ha tentato il suicidio mercoledì, e il suo nome compare in verbali, intercettazioni e passaggi chiave dell’alibi del figlio, pur non essendo lei stessa indagata. Tra gli elementi sospetti, gli investigatori hanno indagato il legame della donna con il vigile del fuoco di Vigevano, cercando di capire se l’uomo potesse aver avuto un ruolo nel reperimento o nella gestione dello scontrino. Costruire un alibi al figlio, per Daniela Ferrari, avrebbe significato anche esporre al mondo intero la propria vita privata, in un paese dove le madri non vengono perdonate facilmente per essere, prima di tutto, donne con una vita propria.

“Si è trattato di un tentativo di suicidio”

Mercoledì 17 giugno Daniela Ferrari ha ingerito una massiccia dose di psicofarmaci, ben oltre la terapia che già seguiva. È stata sottoposta a una lavanda gastrica d’urgenza nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Vigevano, poi trasferita in psichiatria. I legali della famiglia hanno confermato che si è trattato di un tentativo di suicidio, una scelta dettata dalla paura che altri possano fornire dati medici sensibili e dal tentativo di mettere un freno agli insulti che la donna riceve ancora sui social.

Quello che colpisce, leggendo le cronache di questi giorni, non è solo il gesto in sé, ma quello che lo ha seguito. Il tentato suicidio non ha fermato l’odio: la donna ha continuato a ricevere messaggi degli hater anche dopo il ricovero. Una criminologa, intervenendo in televisione, ha sintetizzato il punto in una frase che meriterebbe di restare scolpita da qualche parte: sono stati superati i confini della dignità. Non solo a Garlasco, ci mancherebbe. Eppure credo che questa frase racconti meglio di qualunque altra cosa sia diventato questo caso. Un terreno dove l’odio digitale ha smesso da tempo di distinguere tra responsabilità giudiziaria e colpa morale presunta, tra un indagato e sua madre, tra chi deve rispondere alla giustizia e chi, semplicemente, lo ha messo al mondo.

Rita Preda e una certezza che dura da diciannove anni

Dall’altra parte di questa storia c’è Rita Preda, la madre di Chiara Poggi. La sua posizione, dal 2007, non è mai cambiata di un millimetro: è convinta della colpevolezza di Alberto Stasi, e lo ha ribadito anche quando sono emerse nuove indagini su Andrea Sempio: “Tutti gli indizi ci portano ad Alberto Stasi”. Anche di fronte alla riapertura del caso Garlasco, e alla possibilità che in carcere ci sia la persona sbagliata, Rita Preda non ha vacillato. Sulle nuove indagini ha definito le ipotesi “stravaganti”, aggiungendo: “Il condannato è Alberto Stasi”.

Perché una madre, dopo diciannove anni, dopo una sentenza definitiva, dopo un’intera vita costruita su quel lutto, dovrebbe rifiutare ogni dubbio anche quando emergono nuovi elementi? Una possibile risposta sta nel modo in cui la famiglia Poggi ha vissuto il processo: senza mai saltare un’udienza, senza mai una parola fuori posto, costruendo attorno alla condanna di Stasi l’unica architettura di senso possibile per un dolore che altrimenti non avrebbe forma. Per i Poggi, la frattura con Stasi nasce anche da ciò che accadde durante il processo, quando la difesa cercò di scavare nel passato di Chiara per trovare un cono d’ombra che giustificasse l’esistenza di un altro assassino. Rita Preda lo ha detto con parole che pesano come pietre: “Nostra figlia era una ragazza pulita, semplice. Non aveva misteri, non aveva segreti e non aveva amanti”.

C’è poi un’altra possibile chiave, meno nobile ma altrettanto umana: accettare il dubbio, oggi, significherebbe riaprire una ferita che si era faticosamente richiusa. Vorrebbe dire ammettere che diciannove anni di lutto elaborato attorno a una verità processuale potrebbero poggiare su basi sbagliate. Per una madre, forse, è più sopportabile la certezza della colpa di Stasi che l’incertezza assoluta su chi abbia davvero ucciso sua figlia. Non è una scelta razionale. È una scelta di sopravvivenza.

Eppure proprio Rita Preda, il giorno dopo l’omicidio, aveva chiamato la madre di Stasi per sapere come stesse il fidanzato di sua figlia appena uccisa. Alle 8:34 del 14 agosto 2007, Rita Preda chiamò Elisabetta Ligabò, ed era convinta che il giovane fosse innocente, ipotizzando che qualcuno si trovasse nel cortile quando Chiara aveva aperto la porta per far uscire i gatti. Quella telefonata, riemersa diciannove anni dopo, racconta una sfumatura che la cronaca recente aveva cancellato: prima ancora di diventare certezza, la colpevolezza di Stasi era stata, almeno per qualche ora, un dubbio condiviso da due madri.

Cosa ci racconta davvero la storia di Garlasco

Mi sono chiesta a lungo se il caso Garlasco sia, in fondo, la storia di un omicidio irrisolto o se sia diventato qualcos’altro: la storia di come una nazione intera tratti le madri quando i loro figli finiscono sotto processo, mediatico o giudiziario che sia. Daniela Ferrari non è indagata. Non ha mai ucciso nessuno. Ha, nella peggiore delle ipotesi, mentito per proteggere un figlio, un istinto che la biologia ci ha cucito addosso prima ancora che arrivasse il diritto a regolarlo. Eppure è lei, oggi, in un letto di ospedale psichiatrico, sommersa da messaggi d’odio che nemmeno un tentato suicidio è riuscito a fermare.

Rita Preda, dal canto suo, porta sulle spalle un dolore che nessuna sentenza potrà mai davvero risarcire, e lo ha trasformato in una certezza che la protegge dal caos del dubbio. Sono due modi opposti di reagire alla stessa cosa: la paura di perdere un figlio, sotto forme diverse. Una madre che mente, forse, per non farselo portare via dalla giustizia. Un’altra che non vuole più dubitare, per non perdere, una seconda volta, la verità sulla morte della propria figlia.

Io continuo a non sapere cosa farei al posto loro. So però che questo caso, più di ogni altro degli ultimi anni, ha smesso di essere solo una vicenda giudiziaria. È diventato lo specchio di come trattiamo il dolore altrui quando lo guardiamo da uno schermo, comodi, sicuri di noi, convinti di avere già tutte le risposte. Le madri di Garlasco, in fondo, ci stanno chiedendo soltanto una cosa: di essere guardate come madri, prima che come personaggi di una storia che, per noi, finisce quando si spegne la televisione. Per loro è destinata a non finire: è un fine pena mai.


Questo articolo tratta temi sensibili, incluso un tentativo di suicidio. Se tu o una persona che conosci state attraversando un momento di difficoltà, potete contattare il Telefono Amico al numero 02 2327 2327, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 24.

Valeria Bocci
Valeria Bocci
ricercatrice giuridica, giornalista

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