Quando un esponente politico paragona l’ascesa di Mussolini all’Unità d’Italia e considera divisivo il 25 aprile, non sta soltanto banalizzando la storia. Sta contribuendo a spostare il confine democratico, culturale e costituzionale del Paese
Una data storica, certo. Ma quale storia?
La Marcia su Roma è una data storica. Lo è, precisamente, perché segna uno dei passaggi più gravi della storia italiana: l’inizio della conquista fascista dello Stato e la fine progressiva della democrazia liberale. Non è una ricorrenza neutra, come non lo sono le date che ricordano una guerra, una persecuzione o un colpo di Stato. Si possono studiare, raccontare, discutere. Festeggiarle significa attribuire loro un valore positivo.
Roberto Vannacci, rispondendo a una domanda sulle cene organizzate per il 104° anniversario della Marcia su Roma, ha detto che parteciperebbe a una conferenza o a una cena per ricordarla. Ha paragonato questa possibilità a un incontro per celebrare l’Unità d’Italia o la Rivoluzione francese. Nella stessa occasione ha definito il 25 aprile una festa che divide «i buoni dai cattivi». Una contrapposizione che non regge alla prova della storia: da una parte un evento che aprì la strada alla dittatura, dall’altra la Liberazione dal nazifascismo e il fondamento della Repubblica democratica.
Non è una differenza di sensibilità. È una differenza di valori costituzionali.
Che cosa accadde il 28 ottobre 1922
Per spiegarlo a chi non ha vissuto quella stagione, e magari ne conosce soltanto qualche immagine, bisogna partire dai fatti. La Marcia su Roma non fu una manifestazione politica come le altre. Fu un’operazione eversiva organizzata dal Partito nazionale fascista per conquistare il potere attraverso la minaccia della forza. Le squadre fasciste avevano già aggredito sedi sindacali, cooperative, amministrazioni locali, giornali e oppositori. Avevano devastato, picchiato, ucciso. La violenza era un metodo politico, non un incidente.
Tra il 27 e il 28 ottobre 1922 migliaia di camicie nere si concentrarono in diverse zone del Paese e puntarono verso la capitale. Il governo di Luigi Facta preparò lo stato d’assedio, ma Vittorio Emanuele III rifiutò di firmarlo. Il governo si dimise e il re affidò a Mussolini l’incarico di formare un nuovo esecutivo. Mussolini arrivò a Roma il 30 ottobre. Il fascismo entrò formalmente nelle istituzioni dopo averle intimidite con la mobilitazione armata.
È importante ricordarlo: la dittatura non si instaurò in un solo giorno, né attraverso un’unica rottura formale. Mussolini ricevette l’incarico dal re e guidò inizialmente un governo di coalizione. Ma quella investitura avvenne sotto la pressione delle squadre fasciste, dopo anni di violenze e con lo Stato liberale incapace, e in parte indisponibile, a fermarle. La successiva trasformazione del governo in dittatura fu un processo, non un equivoco.
Nel 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò in Parlamento le violenze e i brogli delle elezioni. Fu rapito e assassinato da una squadra fascista. Nel 1925 e nel 1926 arrivarono le leggi che smantellarono le libertà politiche, sciolsero i partiti di opposizione e cancellarono la libertà di stampa. Poi vennero il controllo della società, la repressione, le leggi razziali del 1938, la guerra e la catastrofe. Questo è il percorso storico che comincia con la Marcia su Roma. Non una festa nazionale, ma l’avvio di una tragedia collettiva.
La leggerezza è già una forma di revisionismo
La pericolosità delle dichiarazioni di Vannacci è evidente: la storia andrebbe conosciuta meglio, non sottratta alla discussione. Il problema è l’operazione di neutralizzazione. Mettere sullo stesso piano la Marcia su Roma, l’Unità d’Italia e la Rivoluzione francese significa cancellare la natura eversiva di quell’evento, separarlo dalle violenze che lo resero possibile e dalle conseguenze che produsse.
La stessa operazione si ritrova nelle cene raccontate in questi giorni dalla stampa. A Zibido San Giacomo, alle porte di Milano, un centinaio di persone si è riunito con immagini di Mussolini, camicie nere, simboli fascisti e cori del Ventennio. Il Fatto Quotidiano ha riferito di altri appuntamenti in Lombardia, con la partecipazione di esponenti politici locali di Futuro Nazionale, Fratelli d’Italia e Lega. La Stampa ha raccolto le parole di uno degli organizzatori, che ha rivendicato quelle serate come una tradizione identitaria della destra sociale.
Non si tratta di confondere una cena privata con un colpo di Stato. Sarebbe un paragone improprio. Ma neppure si può fingere che il contesto sia irrilevante. Quando si celebrano una dittatura, il suo capo e i simboli del regime, il richiamo alla semplice curiosità storica diventa una copertura insufficiente. La memoria non è mai un gesto innocente: racconta che cosa una comunità considera degno di essere tramandato e, soprattutto, in quale modo.
Il passato come arma politica
Sta emergendo con sempre più violenza il carattere revanscista di una parte della destra contemporanea. Non basta più chiedere che il fascismo venga considerato una parentesi del passato, da archiviare senza troppe domande. Si prova a recuperarlo come patrimonio identitario, a restituirgli dignità politica, a presentare la sua sconfitta come una vittoria di parte anziché come la liberazione di un Paese dalla dittatura.
Il rovesciamento del 25 aprile è rivelatore. La Liberazione viene descritta come una celebrazione divisiva, mentre la memoria della Marcia su Roma dovrebbe essere accolta con la serenità riservata a qualsiasi altra pagina della storia. Ma il 25 aprile non divide gli italiani tra buoni e cattivi: ricorda la fine di un regime che aveva soppresso le libertà, perseguitato gli oppositori e trascinato il Paese in guerra. È la data che restituisce senso alla parola democrazia. La Costituzione repubblicana nasce da quella storia, non da una riconciliazione artificiale tra dittatura e libertà.
Questa retorica produce conseguenze politiche e sociali. Normalizza simboli e linguaggi che dovrebbero restare oggetto di conoscenza critica. Rende accettabile ciò che fino a ieri era considerato incompatibile con una cultura democratica condivisa. Trasforma la nostalgia autoritaria in una posizione politica presentabile, soprattutto quando a legittimarla sono figure che hanno ruoli pubblici e ambizioni di rappresentanza. Apre scenari nuovi e terribili, che neanche nelle peggior distopie.
Il pericolo costituzionale non è una metafora
La Repubblica italiana non è neutrale rispetto al fascismo. La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. La legge Scelba del 1952 specifica i comportamenti che possono configurare quella riorganizzazione, compresi il ricorso alla violenza come metodo politico, la soppressione delle libertà, la propaganda razzista e le manifestazioni esteriori di carattere fascista.
Questo non significa che ogni affermazione nostalgica o ogni commemorazione privata costituisca automaticamente un reato. La valutazione giuridica dipende dai comportamenti concreti, dalle finalità e dal contesto. Ma proprio questa distinzione dovrebbe impedire un altro equivoco: ciò che non integra necessariamente un illecito penale non diventa per questo democraticamente innocuo.
Il rischio costituzionale è più profondo della singola cena. È l’abitudine a considerare le istituzioni un ostacolo, il pluralismo una debolezza, le opposizioni un nemico, i diritti un privilegio da concedere soltanto a chi appartiene alla comunità immaginata dal potere. È l’idea che la forza possa sostituire il confronto e che la maggioranza elettorale autorizzi a ridurre gli spazi di libertà di chi non la pensa allo stesso modo.
Ai più giovani bisogna raccontare le conseguenze, non soltanto le date
C’è una responsabilità educativa che non può essere delegata ai manuali scolastici. Ai giovani bisogna spiegare che cosa significava vivere in un Paese nel quale non si poteva organizzare liberamente un partito, pubblicare un giornale indipendente, contestare il governo o manifestare senza rischiare la repressione. Bisogna raccontare le persone picchiate e uccise, le libertà cancellate, le famiglie spezzate, gli ebrei espulsi dalle scuole e dagli impieghi pubblici, i cittadini mandati a combattere una guerra disastrosa. Bisogna far capire che una dittatura non arriva sempre annunciandosi come tale. Può avanzare attraverso la paura, la complicità, il silenzio, la sottovalutazione e la convinzione che, in fondo, non possa succedere davvero.
O forse, a ben pensarci, non si deve più spiegare nulla: ci dimostrano ogni giorno di aver capito molto bene la deriva verso la quale alcuni cercano di portare altri.
La banalizzazione della Marcia su Roma non è una battuta infelice da archiviare. E non è sufficiente rispondere con l’indignazione di un giorno. Occorre chiamare le cose con il loro nome, senza attribuire a ogni gesto un significato penale che non ha, ma senza rinunciare al giudizio politico e morale.
Una democrazia non si difende soltanto nelle aule parlamentari e nei tribunali. Si difende anche nel linguaggio pubblico, nella scuola, nella memoria condivisa, nella capacità di riconoscere quando un simbolo viene riabilitato e quando una violenza viene trasformata in folklore.
La Marcia su Roma può essere ricordata. Deve esserlo. Ma ricordarla significa sapere che cosa accadde, chi ne fu vittima e quale prezzo pagò il Paese. Se invece la si trasforma in un’occasione conviviale, mentre la Liberazione diventa una ricorrenza da mettere in discussione, non siamo davanti a una diversa interpretazione della storia. Siamo davanti al tentativo di riscrivere il confine tra democrazia e autoritarismo. E quel confine non è una questione del passato: è una responsabilità del presente.



