Dalla minaccia russa alla difesa comune, l’Europa accelera il riarmo e prepara le proprie infrastrutture. L’Italia sostiene la linea della deterrenza, ma resta aperta la questione delle risorse e del ruolo politico di Roma
L’Europa si prepara a uno scenario che, fino a pochi anni fa, sembrava appartenere alla storia del continente. Nei Paesi del Nord e dell’Est si organizzano esercitazioni, si aggiornano i piani di evacuazione, si individuano rifugi e riserve strategiche. Le autorità chiedono ai cittadini di considerare anche l’eventualità di un’emergenza militare. La domanda, inevitabile, è se il continente stia davvero andando verso una nuova guerra.
Non ci sono elementi per sostenere che un conflitto diretto tra Russia e Paesi europei sia imminente. Esiste però una valutazione condivisa dalle istituzioni europee e dalla Nato: la sicurezza del continente è peggiorata e Mosca rappresenta una minaccia destinata a durare. La guerra in Ucraina, le violazioni dello spazio aereo, gli attacchi informatici e le operazioni di sabotaggio hanno cambiato il quadro. Prepararsi non significa prevedere che la guerra arriverà, ma evitare di farsi trovare impreparati.
Così si è espresso qualche giorno fa il generale Sir Roly Walker, capo dell’esercito britannico. E i risultati di stanotte in Usa aprono scenari del tutto imprevedibili sulle reazioni di Trump. Che già iniziano a farsi sentire.
La posizione dell’Unione: pronti entro il 2030
Il Consiglio europeo ha indicato nel 2030 l’orizzonte per raggiungere una maggiore prontezza della difesa. Le conclusioni del giugno scorso parlano di una necessità urgente: colmare le lacune militari, ridurre le dipendenze strategiche e rafforzare la capacità industriale europea. Tra le priorità ci sono difesa aerea, sistemi contro i droni, capacità di allerta precoce, tecnologie spaziali e mobilità militare.
Il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, presentato a settembre, conferma che la spesa militare è cresciuta. Nel 2025 i Paesi dell’Unione hanno investito complessivamente 418 miliardi di euro, pari al 2,2% del Pil. La previsione dell’Agenzia europea per la difesa è che si possa arrivare a 547 miliardi nel 2029. Ma spendere di più non basta. Kaja Kallas, alta rappresentante per la politica estera, ha richiamato l’attenzione sulle capacità ancora mancanti: servono sistemi, personale, produzione industriale e coordinamento.
La linea politica è altrettanto chiara. L’Unione considera la Russia responsabile di una minaccia che riguarda direttamente la sicurezza dei suoi Stati membri. Le ripetute incursioni di droni e le violazioni dello spazio aereo, compresi gli episodi in Romania, hanno reso evidente che la guerra in Ucraina produce conseguenze anche oltre i confini del Paese aggredito.
Questo non significa che l’Unione voglia sostituirsi alla Nato. Il Consiglio europeo ribadisce che l’Alleanza atlantica resta il fondamento della difesa collettiva per i Paesi che ne fanno parte. L’obiettivo è costruire una capacità europea più forte all’interno dell’Alleanza, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti.
Gli scenari: non soltanto carri armati
Il rischio più immediato non è necessariamente quello di un’invasione convenzionale. È la possibilità che la pressione sulla sicurezza europea aumenti attraverso azioni meno riconoscibili, ma capaci di produrre danni concreti: sabotaggi, attacchi informatici (avete presente i freezer?), interferenze nelle elezioni, disinformazione, incursioni di droni e minacce alle infrastrutture energetiche e di comunicazione.
È la cosiddetta guerra ibrida. Un conflitto che può colpire un Paese senza attraversarne formalmente i confini con un esercito. La protezione di porti, reti elettriche, cavi sottomarini, aeroporti e sistemi digitali diventa quindi parte integrante della difesa nazionale.
C’è poi lo scenario di un’escalation militare. Un incidente lungo il confine orientale della Nato, un errore di valutazione o un attacco che coinvolga direttamente un Paese alleato potrebbero aprire una crisi molto più grave. È una possibilità che le istituzioni devono considerare, non una previsione. La deterrenza serve proprio a rendere troppo alto il costo di una simile scelta.
La preparazione civile, già visibile in Polonia, Svezia e negli altri Paesi del Nord e dell’Est, nasce da questa consapevolezza. Le società devono sapere come comportarsi in caso di emergenza, garantire la continuità dei servizi essenziali e proteggere le persone più vulnerabili.
L’Italia: dentro la linea europea, con il nodo delle risorse
La posizione italiana è emersa con chiarezza il 26 ottobre, durante la riunione dei ministri della Difesa del formato E5 a Parigi. Il gruppo riunisce Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito. Nella dichiarazione comune i cinque Paesi definiscono la Russia la minaccia più grave e duratura per la sicurezza euro-atlantica. Si impegnano inoltre a rafforzare il ruolo europeo nella Nato e a continuare il sostegno all’Ucraina.
Guido Crosetto ha ribadito che la linea italiana non può cambiare. «Quello che sta accadendo in Ucraina è molto pericoloso per la sicurezza dell’Europa», ha dichiarato. L’aiuto a Kiev, ha aggiunto, non è un sostegno a una nazione terza, ma un investimento nel futuro e nella sicurezza dell’Italia. Il ministro ha insistito anche sulla necessità di una risposta comune alle minacce ibride, dalla disinformazione agli attacchi informatici.
Roma, dunque, si colloca nella strategia europea di rafforzamento della difesa e considera il sostegno all’Ucraina una componente della propria sicurezza. Resta però il problema delle risorse: aumentare gli investimenti militari significa assumere impegni finanziari rilevanti, in un Paese che deve fare i conti con vincoli di bilancio e altre priorità di spesa. E resta da definire quanto l’Italia riuscirà a incidere sulle decisioni strategiche europee, oltre a partecipare ai formati di coordinamento.
La questione non è scegliere tra pace e preparazione alla guerra. È capire se l’Europa possa difendere la propria sicurezza senza trasformare l’emergenza in una condizione permanente, e se sia in grado di affiancare alla deterrenza una strategia diplomatica credibile. Il riarmo può rendere più difficile un’aggressione. Da solo, però, non costruisce una pace stabile.



