La conquista del Congresso da parte dei democratici segna una sconfitta storica per il presidente americano. Ma la perdita della maggioranza non significa la perdita del potere. E i rischi maggiori, nei prossimi due anni, potrebbero arrivare proprio dagli strumenti che Trump conserva
Una sconfitta che cambia la presidenza
Dobbiamo avere paura dell’anatra zoppa? Certamente. Ma esattamente di cosa? Cosa potrebbe travolgerci con l’onda blu che ha travolto Trump?
Le elezioni di midterm del 3 novembre hanno consegnato ai democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso. Una vittoria molto più ampia delle previsioni, con successi in Stati tradizionalmente repubblicani come Texas, Kansas e Carolina del Sud. Il voto ha punito Donald Trump e la sua amministrazione, mettendo in discussione la tenuta della coalizione che lo aveva riportato alla Casa Bianca nel 2024.
Reuters e Associated Press individuano tre fattori decisivi: il costo della vita, i dazi e la guerra con l’Iran. Quest’ultima, con il conseguente aumento dei prezzi dell’energia, ha pesato in modo particolare. Trump stesso ha riconosciuto il costo elettorale del conflitto, senza però mettere in discussione la decisione di proseguirlo. Il risultato è una bocciatura politica personale, non una semplice oscillazione elettorale. Basta aalizzare il fulcro delle campagne elettorali delle grandi sorprese del risveglio di ieri.
Il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio 2027. Da quel momento comincerà una fase inedita per il secondo mandato presidenziale. Trump dovrà confrontarsi con un Parlamento controllato dall’opposizione, mentre nel Partito repubblicano crescerà la competizione per la successione del 2028.
Il Congresso può mettere Trump sotto pressione
Il primo potere che i democratici recuperano è quello del controllo politico. La Camera potrà avviare indagini sull’amministrazione, convocare funzionari, chiedere documenti e approfondire le decisioni della Casa Bianca. I rapporti economici del presidente, la gestione della guerra e le scelte dei suoi collaboratori diventeranno materia di scrutinio parlamentare. Non a caso ieri il calo maggiore in Borsa è stato sulle azioni di Elon Musk: la finanza non ha aspettato a schierarsi.
Il Senato invece potrà bloccare o rallentare le nomine presidenziali. È un potere particolarmente importante per gli incarichi diplomatici, governativi e giudiziari. La conquista delle due Camere restituisce al Congresso una funzione di controllo che, durante la prima parte del mandato, è rimasta fortemente condizionata dalla maggioranza repubblicana.
Resta possibile anche un nuovo impeachment. La Camera può approvare le accuse con una maggioranza semplice. Per rimuovere il presidente, tuttavia, servono i due terzi dei senatori presenti. Con un Senato democratico, ma senza una maggioranza di quelle dimensioni, la destituzione resta uno scenario estremamente improbabile. L’impeachment può diventare uno strumento di pressione politica, non una scorciatoia per mandare Trump a casa.
quali poteri Trump conserva?
Non dobbiamo dimenticarlo: gli Stati Uniti non sono una repubblica parlamentare. Il presidente non dipende dalla fiducia del Congresso e non deve dimettersi quando perde le elezioni di metà mandato.
Trump conserva il controllo dell’esecutivo, il potere di veto e una significativa capacità di intervento nella politica estera. Può continuare a emanare ordini esecutivi, impartire direttive alle agenzie federali e utilizzare le prerogative della presidenza. Questi strumenti non equivalgono a legiferare: devono rispettare le leggi e la Costituzione e possono essere contestati davanti ai tribunali.
Il nuovo Congresso potrà contrastare alcune decisioni, intervenire sui finanziamenti e modificare le leggi che ne costituiscono il fondamento. Ma il confronto sarà lungo e complesso. Come osserva Le Monde, Trump ha già fatto un uso molto esteso degli ordini esecutivi. La perdita della maggioranza potrebbe spingerlo a intensificare questa modalità di governo.
Il rischio più serio riguarda la politica estera. Il presidente è comandante in capo delle forze armate. Il Congresso conserva il potere di dichiarare guerra, autorizzare operazioni militari e controllarne il finanziamento. La War Powers Resolution prevede inoltre obblighi di comunicazione al Parlamento e limiti temporali per le operazioni non autorizzate. Nella pratica, però, il confine tra iniziativa presidenziale e controllo parlamentare è spesso terreno di scontro. Con una guerra in Iran ancora aperta, questo diventa uno dei punti più delicati dei prossimi mesi.
Le paure da ridimensionare
C’è invece una cosa che non accadrà automaticamente: Trump non verrà rimosso dalla presidenza. Neppure una vittoria democratica in entrambe le Camere può produrre questo risultato senza il complesso procedimento costituzionale dell’impeachment.
Non assisteremo nemmeno a un blocco assoluto dell’attività presidenziale. I democratici potranno fermare molte iniziative legislative repubblicane, ma dovranno fare i conti con il veto presidenziale. Per superarlo occorrono i due terzi dei voti in entrambe le Camere. Al Senato, inoltre, la maggior parte delle leggi deve superare la soglia procedurale dei 60 voti per chiudere il dibattito. La nuova maggioranza non avrà quindi mano libera.
Infine, il terzo mandato di Trump resta precluso dal Ventiduesimo emendamento della Costituzione, che impedisce a una persona di essere eletta presidente più di due volte. Le provocazioni e le ipotesi rilanciate dal presidente non cambiano questa disposizione.
Un presidente indebolito può diventare più imprevedibile
Però. Il presidente Usa ci ha abituati all’imprevedibilità più assoluta, che ora potrebbe diventare la sua strategia di base. La sconfitta non indebolisce soltanto Trump nei rapporti con il Congresso: apre una fase di incertezza dentro il suo stesso partito. I repubblicani dovranno decidere quanto continuare a identificarsi con il presidente e quanto prendere le distanze in vista del 2028. Il Financial Times legge il risultato anche come il segnale di una crisi più ampia del populismo trumpiano, legata alla distanza tra le promesse economiche e le condizioni concrete degli elettori.
È prematuro immaginare un Trump politicamente finito. Conserva una base elettorale importante, il controllo della Casa Bianca e un’influenza considerevole sul Partito repubblicano. Ma ha perso la possibilità di governare contando sulla complicità del Congresso.
La vera insidia dei prossimi due anni è proprio questa: un presidente che ha meno consenso e meno alleati istituzionali, ma dispone ancora di strumenti enormi. Potrebbe cercare il compromesso per salvare la propria eredità politica. Oppure scegliere lo scontro, facendo leva sui poteri esecutivi e sulla politica estera.
L’anatra zoppa, dunque, non è un’anatra disarmata. E la sua pericolosità dipenderà soprattutto da quanto saranno efficaci i contrappesi democratici nel limitarne le iniziative.



