I giovani si stanno riprendendo il futuro? Dall’America alla Serbia, una generazione torna protagonista

Il voto americano, la vittoria del movimento studentesco in Serbia e le mobilitazioni che attraversano l’Europa raccontano una stessa frattura: quella tra le nuove generazioni e un modello economico, sociale e politico che ha progressivamente ristretto le loro possibilità. Non è ancora una rivoluzione, ma qualcosa si sta muovendo. E riguarda il futuro di tutti

Una generazione che ha smesso di aspettare

Per anni abbiamo descritto i giovani come una generazione disillusa, individualista, poco interessata alla politica. Li abbiamo accusati di disimpegno, di superficialità, di vivere dentro gli schermi anziché nella realtà. Abbiamo interpretato la loro distanza dalle istituzioni come apatia, raramente come sfiducia verso chi quelle istituzioni le governa.

Adesso qualcosa sta cambiando. E forse dovremmo porci una domanda diversa: che cosa succede quando una generazione smette di aspettare che il futuro promesso arrivi e decide di andarselo a prendere?

Gli ultimi mesi offrono una sequenza di segnali che non possiamo più ignorare. Negli Stati Uniti i giovani hanno contribuito in misura determinante alla vittoria democratica nelle elezioni di midterm del 3 novembre. In Serbia il movimento nato dalle proteste studentesche ha appena conquistato il potere attraverso le elezioni, dopo due anni di mobilitazioni. In Europa, dalle piazze francesi a quelle italiane, dalla Serbia al Belgio, le nuove generazioni stanno riportando nello spazio pubblico una domanda di cambiamento che non può essere liquidata come una stagione di contestazione.

Non siamo davanti a un movimento unitario. Le ragioni delle proteste e le appartenenze politiche cambiano da Paese a Paese. Ma c’è un elemento che le accomuna: la percezione di essere la prima generazione da molto tempo a questa parte che rischia concretamente di vivere peggio dei propri genitori.

L’onda blu americana: il voto dei giovani cambia gli equilibri

Il voto americano è particolarmente significativo. Secondo le prime rilevazioni del CIRCLE della Tufts University, il 66% degli elettori tra 18 e 29 anni ha votato per i candidati democratici alla Camera, contro il 31% per i repubblicani. Uno scarto di 35 punti, tra i più ampi registrati nelle elezioni nazionali americane.
Il dato racconta anche una trasformazione rispetto al 2024, quando Donald Trump aveva conquistato una parte importante del consenso giovanile, soprattutto tra gli uomini. Due anni dopo, anche i giovani uomini e gli elettori bianchi under 30 hanno contribuito al ritorno dei democratici.

Il peso degli under 30 sul totale dei votanti è stato intorno all’11%. Non hanno determinato da soli il risultato, ma hanno contribuito all’onda blu che ha riconsegnato il Congresso ai democratici. C’è poi un altro dato che merita attenzione: per il 52% dei giovani l’economia e il lavoro rappresentavano una delle tre principali preoccupazioni. Seguivano la sanità, la guerra con l’Iran, l’immigrazione e il cambiamento climatico.

Non è dunque soltanto una questione di appartenenza politica. È il rapporto tra le promesse e le condizioni materiali di vita a orientare le scelte. I giovani avevano chiesto a Trump un cambiamento. Quando le condizioni economiche e le prospettive personali non sono migliorate, una parte consistente di loro ha cambiato direzione.

Serbia, quando gli studenti riescono a cambiare il potere

Il caso più sorprendente arriva dalla Serbia. Tutto comincia il primo novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provoca la morte di 16 persone. Una tragedia che diventa immediatamente una questione politica. Gli studenti chiedono trasparenza sulle responsabilità, la pubblicazione dei documenti relativi ai lavori e l’accertamento delle responsabilità.

La protesta cresce. Le università vengono occupate, le lezioni sospese, le manifestazioni si moltiplicano. La mobilitazione supera presto i confini degli atenei e coinvolge insegnanti, lavoratori, agricoltori e cittadini di ogni età. Il 15 marzo 2025, a Belgrado, scendono in piazza centinaia di migliaia di persone.

Per quasi due anni il movimento mantiene una struttura decentrata, senza affidarsi a un leader carismatico. Gli studenti organizzano assemblee, gruppi di lavoro, iniziative territoriali e raccolte di fondi. Resistono alle pressioni del governo e alle accuse di voler destabilizzare il Paese.

Il 25 ottobre 2026 arriva il passaggio decisivo. Il movimento studentesco, trasformatosi in una lista elettorale, sconfigge il partito del presidente Aleksandar Vučić. Con il 52,7% dei voti e 139 seggi su 250, secondo lo scrutinio quasi completo, conquista una maggioranza parlamentare. Vučić riconosce la sconfitta.

È un risultato storico. Un movimento nato dalla richiesta di giustizia per sedici vittime riesce a trasformare la mobilitazione civile in un’alternativa politica concreta. Non sappiamo ancora se saprà governare, né se riuscirà a mantenere le promesse. Ma ha già dimostrato che un potere consolidato può essere messo in discussione da una generazione che sceglie di organizzarsi.

La Serbia offre una lezione importante: i giovani non devono necessariamente aspettare che qualcuno li rappresenti. Possono costruire gli strumenti per farlo.

La protesta attraversa l’Europa

Anche nel resto d’Europa le nuove generazioni stanno mostrando una crescente capacità di mobilitazione. Le ragioni cambiano, ma ritornano alcuni temi: il costo degli alloggi, la precarietà del lavoro, i salari insufficienti, la qualità dell’istruzione, la crisi climatica e la distanza tra cittadini e istituzioni.

La Serbia rappresenta il caso più evidente di una protesta giovanile diventata forza elettorale. Ma non è isolata. Le mobilitazioni in Francia, Belgio e Italia raccontano una generazione che non accetta più di essere considerata soltanto una categoria da proteggere, educare o amministrare.

In Italia il problema assume dimensioni particolarmente serie. L’OCSE segnala che oltre il 15% dei giovani tra 15 e 29 anni non studia e non lavora. Una quota consistente di laureati lascia il Paese. Il mercato immobiliare rende sempre più difficile costruire un’autonomia abitativa, mentre la precarietà e i bassi salari continuano a condizionare l’ingresso nella vita adulta.

La questione non è soltanto economica. È anche democratica. Quando una generazione non riesce a immaginare un percorso di autonomia, quando non trova spazio nelle decisioni pubbliche e vede restringersi le proprie possibilità, la distanza dalle istituzioni diventa una frattura politica.

La violenza, naturalmente, va condannata senza attenuanti. Aggressioni, devastazioni e intimidazioni non diventano accettabili perché compiute in nome di una causa giusta. Ma non possiamo utilizzare gli episodi di violenza per ignorare le ragioni di una mobilitazione. Sarebbe un modo comodo per evitare di affrontare le responsabilità che l’hanno generata.

Non è soltanto una questione di politica. È una questione di futuro

La vera dimensione del fenomeno emerge quando smettiamo di considerare separatamente le singole proteste. Per decenni abbiamo costruito modelli economici che hanno privilegiato la rendita rispetto al lavoro, la crescita finanziaria rispetto alla redistribuzione, il contenimento della spesa rispetto agli investimenti nell’istruzione e nelle nuove generazioni.

Abbiamo trasferito sui giovani una parte crescente dei costi delle trasformazioni economiche, della crisi climatica e dell’invecchiamento demografico. Abbiamo chiesto flessibilità a chi entrava nel mercato del lavoro, senza garantire sicurezza e possibilità di crescita. Abbiamo tollerato che il diritto alla casa diventasse un privilegio e che l’accesso a servizi essenziali dipendesse sempre più dalle disponibilità economiche delle famiglie.

Il risultato è un paradosso: generazioni più istruite, connesse e informate di quelle precedenti si trovano spesso davanti a opportunità più limitate. Possono comunicare con il mondo intero, ma faticano a permettersi una casa nella città in cui lavorano. Possono accedere a una quantità enorme di informazioni, ma hanno difficoltà a trovare un lavoro stabile. Sono chiamate a essere responsabili del futuro del pianeta, ma partecipano poco alle decisioni che ne determinano le condizioni.

È questa contraddizione che sta alimentando la nuova mobilitazione.

Riusciranno davvero a cambiare le cose?

La risposta non può essere semplicemente ottimistica. Protestare non significa saper governare. Vincere un’elezione non significa avere già le soluzioni. La Serbia dovrà dimostrare che il movimento studentesco è capace di trasformare la richiesta di trasparenza e giustizia in istituzioni più solide. I democratici americani dovranno dimostrare di aver compreso le ragioni del voto giovanile, evitando di considerarlo un consenso acquisito. In Italia e nel resto d’Europa, la mobilitazione dovrà trovare forme di rappresentanza capaci di durare oltre la singola manifestazione.

Ma qualcosa sta cambiando davvero. Finalmente, mi viene da aggiungere. I giovani stanno sperimentando forme diverse di partecipazione: assemblee, reti territoriali, organizzazione digitale, campagne, mobilitazioni e nuove esperienze elettorali. Non aspettano necessariamente che i partiti tradizionali offrano loro uno spazio. In alcuni casi, come in Serbia, se lo costruiscono.

La domanda riguarda anche noi, le generazioni che hanno occupato per decenni i luoghi del potere. Per quanto tempo abbiamo pensato che i giovani dovessero accontentarsi di opportunità più limitate, lavori meno sicuri e prospettive peggiori? Per quanto tempo abbiamo scambiato la loro pazienza per consenso?

Forse non stanno chiedendo di ereditare il nostro mondo. Stanno chiedendo di poterlo cambiare.
E questa volta sarebbe un errore non ascoltarli.

Elisabetta Roli
Elisabetta Roli
GIORNALISTA, CRITICA LETTERARIA E CINEMATOGRAFICA

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