Tra la versione allarmata di Oslo e quella minimizzata di Kiev, ricostruiamo i fatti. E allarghiamo lo sguardo a una pratica antica quanto le guerre: colpire il leader nemico per chiudere il conflitto
Cosa è successo
L’8 settembre l’aereo di Volodymyr Zelensky stava per decollare dalla Moldavia diretto a Oslo, dove il giorno dopo si sono tenuti i funerali di Stato di Re Harald V. In quel momento un drone di tipo Shahed, di produzione russa, ha violato lo spazio aereo moldavo e rumeno. La partenza è stata ritardata, sono scattati i caccia della Nato, e il velivolo si è infine schiantato vicino a Mihăileni Vechi, in Romania, dopo aver sorvolato la zona per quasi un’ora. Lo ha confermato l’Institute for the Study of War, fonte indipendente e affidabile sul conflitto ucraino.
Il premier norvegese Jonas Gahr Støre ha raccontato l’episodio all’emittente pubblica NRK con parole nette: l’aereo di Zelensky è stato quasi colpito, ha detto, aggiungendo che questa è la realtà che il presidente ucraino vive quotidianamente. Anche Jens Stoltenberg, ex segretario Nato oggi ministro delle Finanze norvegese, ha confermato che ci sono state minacce contro il volo.
Il punto di frizione: Oslo dice, Kiev ridimensiona
La narrazione successiva divide la realtà in due. Una fonte della presidenza ucraina, citata dall’AFP, ha definito esagerata l’idea che Zelensky abbia corso un rischio diretto. Secondo questa versione, si è trattato di un allarme scattato per l’incursione del drone nello spazio aereo, non di un vero e proprio sfioramento del velivolo presidenziale.
Non ci sono prove pubbliche di un contatto ravvicinato tra drone e aereo. Ma c’è la certezza di un’incursione russa che ha costretto a deviare rotte aeree e a far intervenire la difesa aerea alleata, proprio nelle stesse ore in cui altri droni colpivano un valico di frontiera tra Ucraina e Moldavia, uccidendo due civili. La minimizzazione ucraina, in questo contesto, sembra più una gestione della comunicazione istituzionale che una smentita sostanziale dei fatti.
Non è la prima volta
Dal 2022 i servizi di sicurezza ucraini hanno più volte dichiarato di aver sventato tentativi di attacco diretto contro Zelensky, alcuni dei quali coinvolgevano presunti complotti interni. Verificare in modo indipendente ciascuno di questi episodi è difficile, perché le fonti restano quasi sempre i servizi di intelligence ucraini stessi, con scarsa possibilità di riscontro esterno. Quello che resta certo, al di là dei singoli episodi, è che la sicurezza degli spostamenti di un capo di Stato in guerra è un problema reale e permanente, non un’invenzione mediatica.
Colpire il capo per chiudere la guerra: una storia antica
L’idea di abbattere il conflitto uccidendo chi lo guida non è una novità del ventunesimo secolo. Nel luglio 1944 un gruppo di ufficiali tedeschi tentò di uccidere Hitler con una bomba, convinti che la sua morte avrebbe permesso una resa negoziata prima della disfatta totale. Fallì, e la guerra proseguì per altri dieci mesi di massacri.
Più recenti sono i cosiddetti attacchi di decapitazione, pensati non per vendetta ma per strategia. Nel 2003 gli Stati Uniti aprirono la guerra in Iraq con un bombardamento mirato contro un bunker dove si riteneva si trovasse Saddam Hussein, nel tentativo di chiudere il conflitto ancora prima che iniziasse. Nel 2020 un drone americano uccise il generale iraniano Qassem Soleimani, in un’operazione che Washington definì una misura per prevenire un’escalation, non per innescarla. La storia, in quel caso, ha dato ragione a chi temeva l’effetto opposto.
Quando uccidere il leader non basta
Ma questa strategia raramente funziona come previsto. La morte di un leader non sempre pone fine a un conflitto: a volte lo prolunga, radicalizzandolo. Lo dimostra il caso di Yitzhak Rabin, ucciso nel 1995 da un estremista israeliano proprio mentre negoziava la pace con i palestinesi. La sua morte non chiuse il conflitto, lo complicò per decenni.
Nel caso ucraino, la sopravvivenza di Zelensky ha assunto un valore simbolico che va oltre lui. È diventata, negli anni, parte della narrazione stessa della resistenza ucraina, quella secondo cui un presidente che non fugge e non muore rappresenta la tenuta del Paese intero. Per questo ogni episodio che lo riguarda, vero o ridimensionato che sia, finisce per pesare più del semplice fatto di cronaca.
Uno strumento che resta, comunque vada
Che la strategia della decapitazione funzioni o meno, resta uno strumento a cui gli eserciti continuano a fare ricorso. Nel conflitto russo-ucraino, dove i droni hanno cambiato completamente le regole della guerra moderna, la distanza tra un attacco mirato e un’incursione casuale si è fatta sempre più sottile. Ed è proprio in quella zona grigia, tra il quasi colpito di Oslo e il pericolo esagerato di Kiev, che si muove oggi la sicurezza reale di chi guida un Paese in guerra.



