Vance dopo Trump: l’uomo che ha imparato a diventare trumpiano

Il vicepresidente prepara il 2028 senza pronunciarne il nome. Ma la vera partita è già cominciata: capire quale trumpismo resterà quando Trump non potrà più correre

Da critico di Trump a suo possibile erede

Quando J.D. Vance entra nella politica nazionale, Donald Trump non è ancora il suo punto di riferimento. È quasi il contrario. Nel 2016 Vance lo considera una figura pericolosa per il Partito repubblicano e lo critica apertamente. Poi cambia idea. O, più precisamente, cambia collocazione politica.

Una trasformazione rapidissima. Nel 2022 Vance arriva al Senato con il sostegno decisivo di Trump. Nel 2024 diventa il suo candidato vicepresidente. Nel 2025 entra alla Casa Bianca come primo vicepresidente millennial della storia americana. Ora, alla convention repubblicana di Dallas, il suo nome viene scandito dalla platea insieme all’anno 2028.
Vance non ha raccolto ufficialmente l’investitura e ha risposto riportando il partito alle elezioni di novembre. Ma il semplice fatto che il pubblico abbia già pronunciato quel nome dice molto sullo stato della successione repubblicana.

Trump, intanto, resta il centro del sistema. Ha trasformato la convention per le midterm in una dimostrazione di forza personale e ha chiesto agli elettori di comportarsi come se fosse ancora lui sulla scheda. Il paradosso è evidente: il presidente non può candidarsi nel 2028, ma sta già condizionando la corsa alla sua successione.

Il passato che Vance ha cancellato senza cancellarlo

La parabola di Vance è interessante: non nasce dentro il trumpismo, ma dalla sua critica.
Il libro che lo rese famoso, Hillbilly Elegy, raccontava l’America bianca impoverita della Rust Belt, il senso di abbandono delle comunità industriali e la frattura tra quelle aree e le élite culturali e politiche. Nel primo Vance politico c’era una forte diffidenza verso Trump. L’uomo che sarebbe diventato vicepresidente aveva scritto e detto cose molto dure sul futuro presidente.

Poi è arrivata la conversione politica.
Associated Press ha ricostruito il passaggio ricordando come Vance sia passato da critico severo di Trump a uno dei suoi difensori più affidabili. Il cambiamento non riguarda soltanto il rapporto personale. Vance ha progressivamente adottato i principali assi della nuova destra repubblicana: nazionalismo economico, restrizione dell’immigrazione, critica delle élite, diffidenza verso gli interventi militari all’estero.
Il che rende Vance più interessante di un semplice candidato designato. Non è l’uomo che Trump ha scelto per rappresentare un’altra anima del Partito repubblicano: è uno degli uomini che hanno contribuito a trasformare quella stessa anima.

Il trumpismo senza Trump

La domanda del 2028, quindi, non sarà soltanto chi sostituirà Trump. Sarà quale parte di Trump sopravviverà a Trump.

Reuters ha osservato che nel Partito repubblicano sono già aperte discussioni sulla successione e sulla direzione futura del movimento. Vance appare come il candidato più vicino alla continuità. Marco Rubio rappresenta invece una possibile alternativa, più legata alla tradizione repubblicana e alla politica estera. La questione riguarda anche tariffe, interventismo internazionale e dimensione dello Stato.

Vance ha un vantaggio evidente. Può rivendicare il rapporto con Trump senza essere Trump. Ha una generazione di distanza dal presidente. Ha una storia personale che gli consente di parlare alla classe lavoratrice bianca. E possiede una credibilità culturale che Trump non ha mai avuto presso una parte della destra intellettuale.
Ma deve ancora dimostrare di poter fare una cosa molto più difficile: trasformare il movimento in una proposta elettorale capace di andare oltre il culto personale del suo fondatore.

Il problema sono le midterm

Prima del 2028 c’è il 3 novembre 2026. Gli americani voteranno per tutti i 435 seggi della Camera e per circa un terzo del Senato. I repubblicani partono da maggioranze molto strette e arrivano all’appuntamento con un problema che Trump non può risolvere con un comizio: il costo della vita.

Un sondaggio Reuters/Ipsos di fine agosto dava l’approvazione di Trump al 33 per cento. Il 71 per cento degli intervistati, compreso il 40 per cento dei repubblicani, disapprovava la sua gestione del costo della vita. Tra gli indipendenti, il 36 per cento dichiarava che avrebbe votato democratico contro il 22 per cento orientato sui repubblicani.

La storia delle midterm non è favorevole al partito del presidente. Dal 1938 i democratici e i repubblicani alla Casa Bianca hanno quasi sempre perso seggi alla Camera nelle elezioni di metà mandato. Oggi i democratici sembrano avere una maggiore motivazione al voto, mentre la maggioranza repubblicana è sottoposta alla pressione dell’economia e della popolarità presidenziale.

Se Trump perde il Congresso, la sconfitta sarà sua. Ma potrebbe diventare anche il primo test di Vance.
Perché a quel punto la domanda cambierebbe: il problema è Trump oppure il trumpismo?

Vance ha già cominciato a distinguersi

Il vicepresidente sta cercando di costruire uno spazio personale senza rompere con Trump. È una strategia sottile, perché una rottura anticipata sarebbe suicida in un partito ancora controllato dal presidente.
Vance difende Trump, ma prova a parlare a una generazione diversa. La sua retorica insiste sulla famiglia, sulla natalità, sul lavoro, sulla crisi delle comunità industriali e sull’idea di una destra meno interessata alle vecchie ortodossie economiche.
Anche la sua dimensione religiosa entra nel progetto. Nel 2026 Vance ha pubblicato Communion: Finding My Way Back to Faith, il libro dedicato alla propria conversione al cattolicesimo. Secondo Associated Press è un possibile tassello della costruzione di un’identità politica destinata a pesare nella futura corsa presidenziale.

Ma Vance non sembra voler essere semplicemente il Trump giovane. Vuole essere l’uomo che dà una forma più stabile alle idee che Trump ha portato al potere.

Il Partito democratico lo ha già scelto come bersaglio

I democratici, del resto, hanno capito il rischio. E hanno cominciato ad attaccarlo prima ancora che sia candidato.
Diversi esponenti democratici hanno già concentrato su Vance parte della loro comunicazione. Come il governatore del Kentucky Andy Beshear, che lo ha accusato di essersi allontanato dalle comunità operaie raccontate in Hillbilly Elegy. Altri democratici, tra cui Josh Shapiro e Gavin Newsom, hanno scelto Vance come bersaglio politico proprio perché lo considerano il possibile candidato repubblicano del 2028.

Un vicepresidente che arriva alla Casa Bianca alla vigilia delle elezioni presidenziali parte con una visibilità enorme. Se resta popolare dentro il partito e riesce a separare la propria immagine dai fallimenti eventuali della presidenza Trump, può presentarsi agli elettori come il candidato della continuità senza pagare interamente il conto del passato.
Ma la strada è lunga.

La corsa è aperta, anche se Vance parte davanti

I primi sondaggi gli danno un vantaggio consistente tra gli elettori repubblicani. YouGov rileva che il 65 per cento degli elettori repubblicani o orientati verso il Partito repubblicano prenderebbe in considerazione Vance per la nomination del 2028. Seguono Ron DeSantis con il 40 per cento e Donald Trump Jr. con il 36 per cento. Il dato non è una previsione elettorale e non misura ancora una vera primaria. È però un’indicazione precisa del vantaggio di riconoscibilità accumulato dal vicepresidente.

Poi ci sono Rubio, i governatori e i senatori che possono ancora entrare nella partita. E c’è soprattutto un fattore che nessun sondaggio può misurare oggi: il risultato delle midterm.

Vance ha davanti due diverse elezioni. La prima è quella del 2026, nella quale dovrà aiutare Trump a conservare il Congresso senza farsi identificare completamente con le difficoltà dell’amministrazione. La seconda è quella che ancora non esiste davvero, ma che sta già producendo candidati, libri, comizi e alleanze.
La sua scommessa è semplice: salvare il trumpismo dal destino del suo fondatore. Per riuscirci dovrà dimostrare che il movimento può vivere senza Trump. E soprattutto che può vincere senza aver bisogno di chiamarsi Trump.

Luca Messi
Luca Messi
Giornalista per curiosità, autore per passione, impegnato per vocazione. Vive diviso tra il desiderio di cambiare il mondo e quello di goderselo così com'è

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