film di animazione, 102′, 2026, Usa
di Andrew Stanton, co-diretto da Kenna Harris con le voci di Tom Hanks, Tim Allen, Joan Cusack, Greta Lee, Conan O’Brien
Sono passati trentuno anni dal primo Toy Story, e quel film aveva inaugurato l’animazione digitale come la conosciamo oggi. Da allora la saga ha attraversato l’infanzia di intere generazioni, raccontando ogni volta la stessa paura sotto forme diverse: l’abbandono. Il primo capitolo parlava di gelosia tra giocattoli, il secondo di obsolescenza, il terzo, probabilmente il più toccante, di crescita e distacco da Andy. Il quarto, più controverso, chiudeva il cerchio separando Woody e Buzz, lasciando aperta una domanda scomoda su cosa significhi davvero lo scopo di un giocattolo.

Toy Story 5 prova ad aggiornare quella paura per il presente, e lo fa con un’idea semplice quanto efficace. Bonnie riceve in regalo Lilypad, un tablet che le permette di restare sempre connessa con gli amici. I giocattoli, Jessie su tutti, si ritrovano improvvisamente invisibili agli occhi della bambina, sostituiti da uno schermo.
È un tema che mi tocca da vicino, e credo tocchi chiunque abbia visto crescere bambini in questi anni: quella sensazione di competere con qualcosa di immateriale, sempre acceso, sempre più interessante di un peluche o di un cowboy di pezza. Il film lo affronta con onestà, ma anche con qualche scorciatoia. Mostra il problema, raramente lo complica: il ruolo dei genitori resta sullo sfondo, e la soluzione finale arriva un po’ troppo facile per un tema così spinoso.
Detto questo, c’è ancora cuore in Toy Story 5, e si sente. Jessie diventa la vera protagonista emotiva del film, forse la più convincente dai tempi di Toy Story 2. La sua frustrazione, la sua paura di diventare irrilevante, restituiscono al film quei momenti in cui Pixar sa ancora colpire dritto allo stomaco, senza bisogno di spiegare troppo. Meno fortunata la sottotrama di Buzz, che sembra inserita più per dovere di franchise che per reale necessità narrativa.
Sul piano visivo il film è impeccabile, forse il più curato della serie, e Randy Newman torna per la quinta volta a comporre una colonna sonora che, ormai, è quasi un personaggio a sé.
E dunque, portiamo i nostri figli a vederlo? Perché no. Armati della consapevolezza di trovarsi davanti a un buon film, non a un capolavoro come lo erano stati certi capitoli precedenti. È la differenza tra un franchise che sa ancora emozionare e uno che, ogni tanto, sceglie la strada più sicura invece di quella più coraggiosa. Per chi è cresciuto con questi personaggi resta comunque un ritorno a casa che vale la pena di fare.



