24 episodi, III stagioni, 2019-2026, Usa
di Sam Levinson, con Zendaya, Hunter Schafer, Jacob Elordi, Sydney Sweeney, Alexa Demie, Maude Apatow, Eric Dane, Colman Domingo
HBO
Quando Sam Levinson ha costruito e lanciato una serialità sulle fragilità e la superficialità nichilista della nuova adolescenza l’ho adorato. Ho amato da subito non solo la splendida Zendaya/Rue, ma anche tutti i coprotagonisti, bellissimi quanto odiosi. Ho atteso con ansia la seconda stagione, mi ha (abbastanza) soddisfatta. Ed ho aspettato la terza per rifletterci su, per scrivere qualcosa di completo.
Eppure l’ho lasciata là a lungo prima di spararmela tutta insieme. Che era l’unico modo per non abbandonarla.
Il dolore, purché sia bello da guardare
Ci sono serie che raccontano gli adolescenti e serie che trasformano l’adolescenza in un incubo fluorescente. Euphoria ha scelto la seconda strada. Sesso, droga, dipendenza, identità, relazioni tossiche: tutto è portato all’estremo, immerso in una fotografia sontuosa e in un universo visivo che ha fatto scuola. Il volto più riconoscibile è quello di Zendaya, straordinaria nel ruolo di Rue, una ragazza che cerca di convivere con la dipendenza senza riuscire a liberarsene.
La prima stagione, nel 2019, colpisce per la capacità di raccontare fragilità autentiche senza addolcirle. Il liceo diventa un campo di battaglia, i social un tribunale permanente, il corpo uno strumento di affermazione e insieme di autodistruzione. La serie non pretende di offrire un ritratto sociologico completo della generazione Z: ne intercetta piuttosto ansie e contraddizioni, affidandosi a personaggi imperfetti e a una messa in scena che alterna realismo e allucinazione.
La seconda stagione, arrivata nel 2022, accentua ogni elemento. Le interpretazioni diventano più intense, soprattutto quella di Zendaya, premiata con l’Emmy, ma la scrittura si fa più compiaciuta. Il dolore sembra dover crescere a ogni episodio, come se una sofferenza meno spettacolare non fosse abbastanza televisiva. La tragedia prende il posto dell’osservazione e alcuni personaggi finiscono prigionieri delle proprie ossessioni. Ma ancora funziona. Ancora crea attesa per la stagione successiva.
Crescere non significa guarire
La terza stagione, uscita nel 2026 dopo una lunga attesa, compie un salto temporale di cinque anni. I protagonisti hanno lasciato la scuola e devono misurarsi con un mondo adulto nel quale le conseguenze delle loro scelte sono diventate più concrete. Rue è ancora intrappolata nei debiti e nella dipendenza; Cassie cerca visibilità online, mentre Nate tenta di costruirsi una vita professionale. Il liceo è lontano, ma le ferite non sono scomparse.
Levinson cambia registro e si avvicina al noir e al western. Gli spazi si allargano, la violenza diventa più esplicita e il racconto assume ambizioni quasi epiche. Ma la trasformazione estetica, una sorta di Pulp Fiction che vira verso YouPorn per adattarsi ai tempi e al piccolo schermo, non corrisponde a un’evoluzione dei personaggi. La serie nata per raccontare l’intimità di ragazzi smarriti finisce per inseguire situazioni estreme che ne minano la credibilità alle fondamenta. E fanno dimenticare tutto ciò che Euphoria ha rivoluzionato con la sua esuberanza.
A voler cercare un punto di forza, la terza stagione conserva la capacità di mostrare quanto sia difficile uscire da un comportamento autodistruttivo quando questo è diventato parte della propria identità. Zendaya e Colman Domingo danno spessore umano a una storia che cerca una dimensione spirituale senza cancellare le conseguenze delle azioni. Tutto troppo finto per andare oltre la splendida fotografia, la bellezza indiscussa dei protagonisti e riflettere sulle pur valide sollecitazioni psicologiche dei personaggi.
Tanto di cappello per aver portato al centro del racconto televisivo dipendenza, identità e fragilità senza cercare facili consolazioni. Ma la bellezza delle immagini non basta a rendere più vera ogni sofferenza. Rischia di renderla soltanto più commerciale.
Da guardare?
Certamente sono da guardare le prime due stagioni. Sulla terza fate voi: a me è sembrata un vano esercizio di dubbio stile.
Euphoria è una serie visivamente potentissima, capace di rendere riconoscibile ogni inquadratura, ma non altrettanto rigorosa nella scrittura. La terza stagione conferma il talento di Levinson nel costruire immagini memorabili, ma anche il suo limite più evidente: scambiare talvolta l’eccesso per profondità.




