Come si racconta la Calabria?

L’analisi delle scelte di Muccino per lo spot “Calabria terra mia” commissionato dalla Regione e presentato qualche giorno fa alla Festa del Cinema di Roma


Come si racconta la Calabria? È questa la domanda che mi sta girando in mente da quando ieri mattina, incautamente e con vero sprezzo del pericolo, ho visto il blasonato e superglamourchic spot sulla “mia terra” di Gabriele Muccino.

Una domanda che suppongo si siano posti anche il soggettista, lo sceneggiatore e il regista, che nel caso in questione sono tutti la stessa mente, cioè il Muccino.

immagino lo sforzo di Muccino

Allora me lo sono immaginato, mentre conta i dindi per produrlo (gentilmente offerti da noi), chino sulla tastiera, come me in questo momento, intento a cercare una risposta. Come raccontare e descrivere un posto dove verosimilmente non è mai stato? E di cui ha sentito parlare dai tg o di cui forse ha letto qualche articolo di giornale?

Continuo ad immaginarlo mentre si dice: “No, non posso raccontarla sempre come un posto da cronaca nera, devo essere originale, devo esaltarne le bellezze e soprattutto i prodotti”.
Ed eccoci al punto focale: vi ricordate quando alle scuole elementari durante le interrogazioni di geografia voi iniziavate a fare l’elenco dei prodotti tipici del paese di cui vi chiedeva la maestra?

come alle elementari

“Potente parlami del Brasile”.
“Sì signora maestra! In Brasile c’è il carnevale molto famoso, e il prodotto più importante che produce è la canna da zucchero”.
“Brava Potente. A posto”.

Ecco. Io più o meno credo che Muccino abbia prodotto uno spot rispondendo essenzialmente così alla domanda “parlami della Calabria”. Come un bambino delle elementari.

le inquadrature

Ma andiamo all’analisi precipua del filmato di 8 minuti che ci ha propinato.
Iniziamo dalla prima inquadratura: macchina in velocità su una strada che potrebbe essere calabrese, pugliese, forse anche francese – per cui del tutto anonima nell’economia del film dedicato alla Calabria – capelli al vento, mano su una coscia (che una bella coscia ha sempre il suo perché) e ta-dah: frase ad effetto con congiuntivo volutamente sbagliato perché noi qui parliamo come mangiamo e questo è un dato universalmente riconosciuto. Almeno così narrano certe leggende, o no?

dove vuoi che ti porto?

“Dove vuoi che ti porto?”.
A lezione di italiano magari, Muccino mio. Ma va bene, sono io pesante e pedante.

Sorvoliamo sulla grammatica e soffermiamoci un momento sul filtro seppia “effetto ricordi lontani e infanzia perduta” che a me personalmente ricorda molto i film di Tornatore e in special modo Baaria, chi lo ha visto forse concorderà con me, ma i tutti i casi l’effetto antichizzante all’inizio l’ho giudicato molto poco originale.

ritorno al passato

Poi ho avuto un’illuminazione e ho capito. Credo che l’intento vero, preciso e soprattutto premeditato di Muccino sia stato proprio questo: narrare un ritorno al passato.
Come un novello Marty McFly il nostro protagonista, interpretato magistralmente (…) da Raoul Bova, torna letteralmente e fisicamente nei luoghi e nel tempo della sua infanzia: negli anni ’50. Non si spiegherebbero altrimenti le coppole, le bretelle, gli asini e le donne dai capelli rigorosamente corvini dato che le tinte probabilmente in quegli anni erano ancora cose da antro della fattucchiera forse.
È dunque questo che volevi far venire fuori Gabriè? Ti ho inteso bene? Perché io personalmente una Calabria così come l’hai raccontata l’ho vista solo in quelle cartoline antiche che si trovano nei comò della nonna.

Per il resto che dire? I dialoghi erano scritti meglio in Rosa Selvaggia (una magnifica telenovela messicana degli anni ’80 con la beneamata Veronica Castro n.d.a) ma un 8 meno meno in geografia a Raoul glielo darei perché comunque sugli agrumi calabresi era preparato, anche se mi è caduto sulla sopressata con il finocchietto… ahia ahia.

oscar ai titoli di coda

In ultimo chiederei agli Studios l’istituzione di un Oscar a parte per la categoria Titoli di coda dato che di 8 minuti circa 2 sono SOLO titoli di coda. Ma evidentemente i ringraziamenti da fare erano troppi. E te credo, con quello che è costato questo blob di luoghi comuni stereotipati senza nessuna connessione con la realtà.

Muccino caro, io ti boccio e con severità anche, perché giuro non ne hai imbroccata una. Non ti dico di riprovarci l’anno prossimo perché dovresti almeno viverci tre decenni qui, in questa terra, per capire che non siamo fatti solo di succo di bergamotto. E soprattutto che siamo nel 2020!


PS. Sulla protagonista femminile non ho scientemente voluto esprimermi, basti dire soltanto che per come ha pronunciato “bergamotto”, quasi fosse in un termine in aramaico, avrei dato volentieri una testata allo schermo. Ma è straniera e la perdoniamo.


https://www.sudefuturi-magazine.it/2020/10/22/nino-foti-contro-i-cliche-di-muccino/

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