Boom dimissioni tra i giovani: perché Millennials e gen Z lasciano il lavoro

I lavoratori italiani non si accontentano, lasciano il posto e ne cercano uno migliore. Nei primi mesi del 2021 hanno abbandonato il proprio impiego 1 milione e 362mila persone: è il 30% in più rispetto al 2020 – il dato non sorprende, considerando l’immobilismo del mercato del lavoro nell’annus horribilis – e il 6% in più rispetto al 2019. Protagonisti del boom di dimissioni sono i Millennials e la prima fascia della Zeta, quelli nati alla fine degli anni ’90. Proprio la generazione abituata forzatamente a precariato e flessibilità, cresciuta con Pacchetto Treu e Legge Biagi, ha imparato a cambiare posto in maniera volontaria ed è ora disposta a lasciare un ufficio sicuro.

l’incredibile aumento del fenomeno rispetto al periodo pre-pandemia

Secondo l’indagine di Aidp, Associazione per la Direzione del Personale, la fascia d’età maggiormente coinvolta riguarda i 26-35enni, che rappresentano il 70% del campione rilevato. Il report Prometeia e Legacoop rileva un vertiginoso aumento delle dimissioni rispetto al periodo pre-pandemia: da gennaio a settembre 2021 sono state pari
al 29.8%. Ben sei punti percentuali in più rispetto allo stesso periodo nei due anni precedenti, quando la media era del 24%. In molti lasciano impieghi sicuri, ma a ciò non segue il passaggio ad un altro impiego, quanto un allontanamento dal mercato del lavoro. Guardando i dati assoluti delle dimissioni, dopo la riduzione imposta da chiusure e lockdown, sono tornate superiori ai livelli pre-crisi. Nei primi nove mesi del 2020 c’è stata una riduzione del 19,1% rispetto allo stesso periodo del 2019 (passano da 1,2 milioni a 1 milione). Il 2021 mostra, come detto in precedenza, un forte incremento, pari al 31,6%, delle dimissioni rispetto al 2020 (da 1 ad oltre 1,3 milioni).

le ragioni alla base: mercato del lavoro in ripresa, ma pesano di più motivazioni personali

Quali le motivazioni alla base? È l’indagine AIDP a illuminarci sul fenomeno. La ricerca ha rilevato che, su un campione di 600 aziende, il 75% ha affrontato un aumento delle dimissioni volontarie da parte dei dipendenti, soprattutto nelle mansioni impiegatizie e nelle regioni del Nord Italia. Il primo fattore è la ripresa del mercato del lavoro, nel 48% dei casi. Non a caso sono costruzioni, manifattura e sanità i settori più vivaci della ripresa e quelli in cui si registrano il maggior numero di dimissioni. Il turnover è considerato un fenomeno sano, sintomo di un mercato del lavoro che dopo un periodo di stand-by ha ritrovato linfa vitale. Tuttavia, secondo i dati del Ministero del Lavoro, nonostante la crisi, i tassi di licenziamento non sono tanto diversi dai livelli del periodo pre pandemico. A sorprendere è appunto il dato delle dimissioni volontarie. Pesano sempre di più motivazioni personali, riflessioni sul senso della vita e sul futuro innescate dal periodo di vuoto della pandemia. I giovani lavoratori hanno rivisto e rivalutato le loro priorità: la ricerca di migliori trattamenti economici (41%), il migliore equilibrio tra vita privata e professionale (47%), l’aspirazione ad opportunità di carriera migliori (38%) tra le ragioni che hanno riguardato di più il fenomeno del Big Quit. 1/4 del campione ha individuato nella ricerca di un nuovo senso di vita una delle cause delle proprie dimissioni. Segue l’ambiente di lavoro negativo all’interno della realtà che si decide di lasciare.

per la maggioranza dei dirigenti è cambiata la percezione nei confronti del lavoro

Non più ossessionate dal posto fisso alla Zalone: le nuove generazioni non sono più disposte a turni extra non retribuiti, a stacanovismo inutile, a scomode situazioni contrattuali e di ambiente lavorativo. Ci sono altre priorità e c’è anche una maggiore disillusione: turni extra maggiori, ma il premio – contratti più stabili o aumento di retribuzione – non si intravedono nemmeno in lontananza. In molti hanno capito che fermarsi in una società sempre più veloce è meglio, per riflettere e cercare con calma, una migliore soluzione. Secondo il 57% dei direttori del personale tra i giovani sta cambiando la percezione nei confronti del lavoro. Solo per il 30% il fenomeno delle dimissioni dipende dai cambiamenti del mercato del lavoro.

A commentare l’indagine Aidp, la Presidente Matilde Marandola, che in un’intervista ha affermato: “Il rispetto dei valori individuali, la qualità delle relazioni, il benessere sul posto di lavoro e una serie di aspetti aderenti alla propria motivazione e alle proprie aspirazioni sono diventati non solo importanti ma addirittura indispensabili“.

Secondo Marandola “Le persone si sono interrogate rispetto al senso del proprio lavoro e in qualche caso della propria vita e, nella maggior parte dei casi, le risposte hanno indirizzato le persone al cambiamento. Come emerso dalla survey c’è una ripresa del mercato del lavoro e una riorganizzazione delle aziende e i giovani rappresentano gli attori più interessati”.

#IQuitMyJob

Il Big Quit è un fenomeno non solo italiano: riguarda il mercato del lavoro a livello globale e si concretizza nelle dimissioni volontarie di milioni di lavoratori insoddisfatti delle prospettive di carriera, dei turni orari o del livello di responsabilità che accorda l’azienda. È stata la pandemia ad averlo scatenato. Non solo sono cambiati il mercato e le modalità di lavoro, ma i punti di vista e le aspettative Oramai negli Sati Uniti è diventato una moda annunciare il proprio licenziamento sui social, soprattutto su TikTok, dove sono spopolati gli hashtag #IQuitMyJob o #QuitTok. Secondo le statistiche Usa, le “Great Resignation” hanno coinvolto circa 10 milioni di persone, pari all’8% della forza lavoro. Chi prima era disposto a sottostare a condizioni sfavorevoli, ora ha cambiato le priorità e il modo di concepire il lavoro. Non si tratta solo di una questione economica, e i primi a doverne prendere atto sono le stesse aziende.

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