sabato, 7 Febbraio 2026

Terrorismo: come deve reagire l’Occidente?

L’Occidente ha una storia, che non deve dimenticare. Non può rispondere sull’onda emozionale, ma non può neppure soccombere


L’eco dolorosa che ci arriva dalla Francia, di atti che colpiscono innocenti (perché, chi crede e non fa della religione uno strumento per esercitare violenza, deve essere rispettato, anche se il suo Dio non è il tuo), apre per l’ennesima volta il dibattito su come ci si possa difendere, non come singoli, ma da comunità di uomini liberi. Su come, in particolare, deve articolarsi la risposta di uno Stato che si vede aggredito nel suo essere guardiano e difensore del diritto di ciascuno ad esercitare la libertà d’espressione senza vedersi per questo ”punito”.

È il punto nodale delle vicende di questi anni. Ci si pone la domanda se la risposta dello Stato debba essere, per dirla attingendo ai ricordi di fisica, uguale e contraria. Ponendo quindi lo Stato sullo stesso piano di chi lo ha aggredito. Di chi, colpendo comuni cittadini, ha cercato di minarne alle basi il suo essere entità sovraindividuale che guarda alla salute dei suoi amministrati. Attrezzandosi a che questa missione possa essere vincente.
In queste settimane si sta facendo lentamente strada un sentimento che non è nuovo, ma che è stato sempre accantonato, quasi per pudore di venire essere giudicati barbari. 

lo stato può esercitare il diritto di vendetta?

Quindi, ecco la domanda. Può uno Stato esercitare il diritto alla vendetta? Oppure deve essere sempre aderente alla Carta costituzionale? O a qualsiasi altro strumento che si è dato per garantire al cittadino un riferimento certa nella rivendicazione dei suoi diritti?
Veniamo al cuore della faccenda. Davanti all’ennesimo atto sanguinoso che ha visto soccombere francesi o residenti nel Paese (non fa nessuna differenza), lo Stato non  può sempre limitarsi alla reazione. Almeno per come si sente dire, con sempre maggiore forza, da ambienti non più solo di destra.

Ma deve cominciare a muoversi in anticipo, deve avere la forza (e questa gliela possono dare solo i componenti del corpo elettorale) di portare vicino allo zero la possibilità che si creino gli ambienti in cui, come pericolosissimi serpenti d’acqua, si muovono gli integralisti. Nascondendosi, pronti ad infliggere morsi mortali alla democrazia.

Insomma, per uscire fuori dai giri di parole, lo Stato deve solamente punire? O si può dare altri strumenti che, pure facendo a pugni con il suo passato libertario, rendano inefficaci le strategie di chi attenta alla sua integrità, territoriale e no?

colpire chi strumentalizza l’islam

La tesi, propugnata dal presidente Macron (e che non è certo caduta nel vuoto) è che chi usa l’islam per erodere il controllo dello Stato su porzioni di Francia deve essere colpito.
Perché non si tratta di semplici azioni violente, da enucleare dal contesto generale. Ma di una strategia che si maschera dietro i testi sacri dell’islam, interpretati ad uso e consumo di chi ha ben altri obiettivi che glorificare Dio.

Una presa di posizione che sembrerebbe precedere una deriva più determinata nella risposta dello Stato. Ma che, comunque, nasconde un pericolo ben più insidioso, nel quale cadde anche l’Italia (per fortuna, comunque, vincendo la sua battaglia contro il terrorismo). Quello di adottare nuove misure di contrasto sulla scorta dell’onda emozionale.

i singoli stati non possono rispondere sull’onda emozionale

Si potrebbe dire che ciascun Paese ha una storia e quindi non può commisurare la forza delle sue reazioni con la portata dell’offesa subita. Quindi, da uno Stato ci si deve attendere equilibrio ed anche controllo dei propri nervi. O, sarebbe più corretto dire, dei nervi di chi lo rappresenta, stanco di dovere presenziare a cerimonie di commemorazione o funerali. Non si può sopportare in eterno che uno Stato degno di tale nome debba sempre commisurare le proprie reazioni ai secoli di storia su cui esso si poggia.

Ogni singola azione, oggi certo molto più di ieri, non si esaurisce in sé stessa e viene soppesata da tutti. Anche da coloro che, in circostanze simili, non hanno avuto atteggiamenti molto differenti.

Lo ha ricordato il filosofo Alain Finkielkraut. Che ha sottolineto come, oltre oceano, soprattutto la stampa liberal ha avuto giudizi pesanti sull’operato della Francia. Accusata dal Washington Post di avere messo nel mirino ”gruppi musulmani”. Oppure relativizzando le colpe degli attentatori per stigmatizzare i comportamenti della polizia. ”La polizia francese spara su un uomo e lo uccide dopo un attacco all’arma bianca” ha titolato il New York Times. Forse occorrerebbe leggere, e poi rileggere ancora, un concetto espresso da Bernard-Henry Lévy, secondo il quale ”gli assassini d Nizza non sono i portavoce dell’islam”

Ma, allo stesso modo, non si può cedere all’automatismo del pensiero dell’omologazione, della generalizzazione che, nei confronti dei musulmani, potrebbe innescare un processo di reazioni dall’esito assolutamente imprevedibile. ”Proteggere il diritto alla caricatura e alla blasfemia, difendere una storia dell’insolenza francese che inizia con Villon, Marot, Molière, Béranger, gli chansonniers e arriva fino a Charlie Hebdo, non ci impedisce di poter rispettare anche l’islam”.     

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