Fuga dei cervelli: l’esodo dei giovani laureati continua a preoccupare il Paese

L’esoro di capitale umano dal continua a preoccupare il Paese. Una tendenza recentemente evidenziata dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) nel suo ultimo Rapporto sulle migrazioni, che ha stimato che circa un milione di connazionali si sono espatriati tra il 2012 e il 2021, di cui un quarto erano laureati.

Se consideriamo le partenze annuali registrate dall’ISTAT e le confrontiamo con il numero di laureati registrati dal Ministero dell’Università, scopriamo che ogni anno il 5-8% dei nostri giovani altamente qualificati lasciano il Paese. Neanche la pandemia ha fermato l’ondata: sebbene durante il Covid-19 le partenze siano diminuite e i rimpatri aumentati, il saldo migratorio delle persone con un titolo di studio superiore nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni è stato negativo di circa 79.000 unità.

Esiste anche un secondo fattore interno di complessità da considerare. Mentre il Nord riesce a compensare le partenze attrarre giovani provenienti dal Mezzogiorno, il Sud subisce la perdita secca di talenti. Questa doppia ondata mette alla prova la tenuta dell’intero Paese, soprattutto quando le professioni a elevato valore aggiunto sono coinvolte, come medici, ingegneri e specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Aggiungiamo un terzo elemento a questi indizi: l’abbandono inizia già durante gli studi (come testimonia recentemente uno studio dell’UNESCO sulla mobilità degli studenti in entrata e in uscita) e difficilmente si ferma.

Il rapporto di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati esplora le ragioni alla base delle partenze. L’edizione del 2022 identifica le migliori opportunità offerte all’estero, soprattutto in termini di retribuzioni e prospettive di carriera, come uno dei motivi principali per emigrare.

Secondo l’indagine, un motivo potrebbe essere il minore utilizzo del lavoro autonomo, che coinvolge il 4,6% dei laureati emigrati (e il 13% di quelli rimasti), mentre i contratti a tempo indeterminato risultano più diffusi (51,8%, +27,6% rispetto ai dati interni). Non c’è dubbio sulla rilevanza del fattore retributivo. Complessivamente, i laureati di secondo livello che si trasferiscono all’estero guadagnano, un anno dopo aver conseguito il titolo, 1.963 euro netti al mese, un aumento del 41,8% rispetto ai 1.384 euro che guadagnerebbero in Italia. Questa differenza si amplia col passare del tempo: a cinque anni dalla laurea, la media degli stipendi all’estero è di 2.352 euro (+47,1% rispetto ai 1.599 euro medi italiani).

La questione ha anche un impatto interno sui nostri territori, accentuando il divario Nord-Sud. Sempre l’ISTAT ci fa notare come la “seconda ondata” dell’emigrazione di talenti impoverisca esclusivamente il Mezzogiorno, che non è in grado di invertire il saldo negativo di perdita di capitale umano qualificato.

Negli ultimi dieci anni, il divario complessivo dei laureati tra Nord e Sud a favore dell’estero ammonta a circa 39.000 unità, mentre il Centro registra un divario di circa 13.000 unità. Tuttavia, grazie ai flussi migratori provenienti dal Mezzogiorno, la situazione cambia radicalmente. Il Nord guadagna oltre 116.000 giovani risorse provenienti dal Sud e dalle Isole, mentre il Centro ne guadagna quasi 13.000. Il risultato è che le regioni settentrionali beneficiano di circa 77.000 unità complessive.

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